Archivi del mese: novembre 2010

Strutture in acciaio

Alcuni link sulle strutture in acciaio molto interessanti:

http://project.access-steel.com/Content/Content.htm

http://www.promozioneacciaio.it/costruttori_schede.php

D.Lgs. 231/01: lo spettro dell’incriminazione per macchine non conformi

Fonte: www.puntosicuro.it

Le macchine non conformi, l’art. 517 del codice penale e la responsabilità amministrativa degli enti

Di Stefano Lorenzo Antiga, Stefano Barlini e Ugo Fonzar

1. Premessa

Il presente documento nasce dalla esigenza di dare una risposta alla domanda: “Cosa rischia il fabbricante e/o commerciante di prodotti non conformi alla luce delle previsioni contenute nel D.Lgs. 231/01, oltre ai rischi discendenti dalla normativa di settore?”.

In questa sede gli Autori si concentreranno, in particolar modo, sul tema dei prodotti definiti “macchine”, con riferimento anche al recente D.Lgs. 17/2010 (che ha recepito in Italia la c.d. Direttiva Macchine 2006/42/CE, la quale, a sua volta, ha abrogato la Direttiva 98/37/CE nonché il D.P.R. 459/96). Le considerazioni che seguiranno, tuttavia, possono essere estese ad altri tipi di prodotti.

Il tema è molto importante, in quanto oltre alle “classiche violazioni” 1 vanno prese in considerazione le possibili conseguenze penalistiche, derivanti dalla sopra descritta condotta, nonché le prospettive di corresponsabilizzazione dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/01, in particolare a seguito delle recenti novelle che hanno esteso il catalogo dei reati presupposto.

Va detto, in primis, che la progettazione, la costruzione e la vendita di macchine deve rispettare le direttive di prodotto comunitarie con i requisiti essenziali di sicurezza ivi riportati e, se del caso, le norme tecniche armonizzate che, se utilizzate, comportano una presunzione di conformità ai requisiti essenziali di sicurezza alle quali si riferiscono (cfr. art. 4 co. 2 del D.Lgs. 17/2010).

L’applicazione delle norme armonizzate che conferiscono una presunzione di conformità è sempre volontaria. Il fabbricante può decidere se far riferimento alle norme armonizzate o meno; se tuttavia decide di non farlo, è tenuto a dimostrare che i suoi prodotti sono conformi ai requisiti essenziali ricorrendo ad altri mezzi a sua scelta (ad esempio, attraverso l’applicazione di specifiche tecniche esistenti). Se il fabbricante applica solo una parte di una norma armonizzata o se la norma armonizzata applicabile non riguarda tutti i requisiti essenziali, la presunzione di conformità vale solo nella misura in cui la norma corrisponde ai requisiti essenziali 2.

Vista l’ampia gamma di soggetti interessati (fabbricanti, consulenti, enti di controllo, legali, tecnici, progettisti, venditori ecc.) e l’impatto delle considerazioni che seguono, si attendono contributi e osservazioni onde migliorare quanto scritto.

2. L’iter CE e le macchine non conformi

Il mercato dei prodotti in Europa, da molti anni, sta perseguendo due obiettivi principali:

– la libera circolazione delle merci;

– la sicurezza dei prodotti.

Quest’ultimo obiettivo passa, in base alle direttive di “nuovo approccio”, attraverso l’applicazione di norme che devono fornire un livello di protezione garantito rispetto ai requisiti essenziali fissati nelle stesse direttive; le autorità nazionali sono responsabili della sicurezza dei prodotti in questione, e ciò tramite la procedura per l’applicazione della clausola di salvaguardia che consenta di contestare la conformità di un prodotto o eventuali carenze o mancanze nelle norme armonizzate.

Si può dire, a distanza di 20 anni dall’applicazione della normativa ut supra, che mentre il primo obiettivo è stato portato a compimento, il secondo, al contrario, ha conosciuto esiti meno soddisfacenti: in effetti, l’Europa è stata invasa da una pletora di prodotti stranieri, molti dei quali pericolosi e difformi dalle direttive citate. Per farsi un’idea della descritta situazione, suggeriamo di collegarsi al sito del RAPEX.

Va preso atto, già da semplici cittadini, che vi sono molteplici prodotti non conformi che possono esser acquistati; inoltre, in base ad esperienze quotidiane di semplici RSPP o di datori di lavoro o, peggio, di esperti del settore, va considerato anche che vi sono fabbricanti di macchine che realizzano costruzioni in guisa assolutamente non conforme alla normativa di riferimento.

Ma come? Ma scherziamo? La marcatura CE è garanzia di sicurezza!

La brutta notizia è che non è così. Tralasciamo in questa sede macchine prive di marcatura CE (che ogni tanto vengono immesse in circolazione) in quanto palesemente fuori legge.

Il grafico che segue mostra l’iter CE di certificazione di una macchina:

3. L’inquadramento giuridico-penale della fattispecie: l’art. 517 c.p. e la sua rilevanza ex d.lgs. 231/01

La quaestio facti, così come descritta nelle considerazioni che precedono, appare perfettamente inquadrabile nello schema normativo dell’art. 517 c.p. (Vendita di prodotti industriali con segni mendaci).

Questa norma, di recente modificata per effetto della Legge 99/2009 (c.d. “collegato sviluppo”) 3, punisce la condotta di “chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera o del prodotto”.

Il tema risulta ancor più interessante alla luce della contemporanea introduzione – sempre ad opera della Legge 99/09 – dei reati contro l’economia pubblica, l’industria ed il commercio nel catalogo dei reati presupposto di cui al d.lgs. 231/2001, vale a dire la normativa che disciplina la responsabilità da reato degli enti collettivi 4. Proprio nell’ottica della prevenzione del rischio-reato all’interno dell’impresa, cui il presente lavoro risulta prettamente ispirato, vale la pena di sottolineare come le nuove fattispecie di reato – allocate all’art. 25-bis.1 D.lgs. 231/2001 – maturino “nell’esercizio dell’attività principale dell’impresa, con la conseguenza che la gestione del rischio legale sembra spostarsi dal <come> al <cosa>: non rileva più soltanto la modalità con cui l’impresa viene amministrata, ma la stessa attività imprenditoriale principale viene chiamata in causa, dovendosi gestire il rapporto diretto con il mercato (consumatori, imprese clienti, concorrenti) in un’ottica di corretta prevenzione” 5.

Tra i nuovi reati del catalogo, come s’è visto, troviamo anche la fattispecie delittuosa dell’art. 517 c.p. È su tale disposizione che dobbiamo concentrare l’attenzione al fine di comprendere le conseguenze penali a carico di quei produttori, i quali pongono in vendita o mettono altrimenti in circolazione prodotti industriali dichiarati sicuri – attraverso la dichiarazione CE di conformità ed esponendo la marcatura CE – contravvenendo alle prescrizioni, nazionali e comunitarie, del settore.

Oggetto giuridico tutelato dalla norma citata è, per opinione pressoché unanime della dottrina, l’ordine economico, il quale protegge non solo il consumatore finale ma anche l’interesse delle imprese concorrenti 6.

Alle considerazioni sul bene giuridico protetto, si ricollega il carattere sussidiario della fattispecie in esame – espresso dall’inciso “se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge” – rispetto ai delitti di contraffazione del marchio. Invero, mentre gli artt. 473 e 474 c.p. tutelano l’esclusività dell’uso dei marchi (e, peraltro, soltanto dei marchi registrati) 7, l’art. 517, come precisato, mira a salvaguardare una generale correttezza del mercato 8, a prescindere dalla circostanza che il marchio risulti registrato 9.

Occorre, inoltre, sottolineare che per la configurabilità del reato la falsa indicazione deve essere apposta sul prodotto o sulla confezione 10.

Circa il concetto di falso che viene in rilievo nell’ambito dell’art. 517, va detto che la condotta incriminata si concreta in una falsità ideologica 11: il mendacio deve riguardare le caratteristiche del prodotto risultanti dal complesso dei segni apposti sullo stesso 12 e deve essere idoneo a trarre in inganno l’acquirente medio, cioè colui che utilizza i normali criteri di diligenza nell’ambito delle contrattazioni commerciali (le quali, essendo spesso caratterizzate da una certa celerità, impediscono allo stesso acquirente di ponderare attentamente la veridicità delle caratteristiche del prodotto attestate). Inoltre, in dottrina si ritiene irrilevante la

circostanza che determinate categorie di acquirenti possano percepire, con una certa tempestività, il mendacio e rendere quindi il medesimo inefficace 13.

Sul versante dei soggetti attivi, la vendita di prodotti industriali con segni mendaci può essere realizzata da “chiunque”. Pertanto, non solo l’imprenditore commerciale, ma anche i suoi collaboratori 14, possono porre in essere la condotta incriminata; va aggiunto, inoltre, che soggetto attivo del reato può essere – oltre all’imprenditore-commerciante – anche l’imprenditore-produttore del bene, “allorché sia esso a confezionarlo in forma tale da renderlo ingannevole e confondibile con altri prodotti analoghi, e nel reato può concorrere il distributore o commerciante al dettaglio, sempreché sia consapevole della ingannevolezza del prodotto” 15.

Con riferimento, ora, alla condotta incriminata, la norma in esame prevede una duplice modalità di realizzazione dell’illecito, descritta dall’inciso “pone in vendita o mette altrimenti in circolazione” 16.

Risponderà ex art. 517 c.p., pertanto, sia chiunque offra a titolo oneroso un prodotto industriale con segni ingannatori sia chi quei prodotti metta comunque a contatto (eventualmente anche a titolo oneroso) con il pubblico dei consumatori 17.

Va ricordato, inoltre, che la condotta descritta nell’art. 517 non presuppone la contraffazione o alterazione del segno distintivo, ricadendosi altrimenti nella diversa incriminazione di cui agli artt. 473 e 474 c.p. Occorre dunque ribadire che punto cruciale, nell’ambito dell’art. 517, è “costituito dalla idoneità ingannatoria di quel segno (non necessariamente correlato ad un originale) in relazione all’indicazione inveritiera che esso fornisce al pubblico circa la provenienza, l’origine o la qualità del prodotto” 18.

Nel caso da cui trae origine la problematica in discussione, viene in considerazione il concetto di “qualità” del prodotto. Nisi fallor, la messa in vendita di macchinari industriali – muniti di marcatura CE e quindi dichiarati sicuri 19 – senza che il produttore abbia adempiuto alle prescrizioni, comunitarie e nazionali 20, di riferimento, integra la condotta penalmente rilevante di cui all’art. 517, avendo il produttore fornito una mendace indicazione circa la qualità del prodotto. In effetti, il lemma “qualità” evoca l’impiego, da parte dell’agente, di attestazioni (qual è appunto la citata marcatura CE) che descrivono falsamente componenti del prodotto o metodi di produzione 21 e che pertanto risultano idonee a trarre in inganno l’acquirente finale.

È appena il caso di sottolineare che la marcatura CE di qualità del prodotto rientra a pieno titolo nell’oggetto materiale della condotta incriminata dall’art. 517, disposizione, quest’ultima, riferita anche ai “marchi…nazionali o esteri”.

Sul versante, invece, dell’elemento soggettivo, il reato è punito a titolo di dolo generico. Occorrerà pertanto, “la consapevolezza dell’attitudine decettiva della veste di presentazione del prodotto” 22; è prospettabile l’applicazione dell’art. 47, co. 3, c.p. qualora l’agente erri sui presupposti normativi extra-penali per l’apposizione del marchio di qualità (per rimanere al caso di specie) sul prodotto commercializzato.

Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui il prodotto viene messo in vendita o altrimenti posto in circolazione.

Generalmente esclusa è, invece, la punibilità del tentativo, data la natura di reato di pericolo della fattispecie ex art. 517 c.p. 23.

Inoltre, la condanna comporta la pubblicazione della sentenza (art. 518 c.p.).

Rilevante, anche ai fini della fattispecie concreta presa in considerazione, è il concorso del delitto de quo con altre norme incriminatrici limitrofe. Anzitutto, come già in precedenza rilevato, il reato di cui all’art. 517 ha natura sussidiaria; di conseguenza, laddove l’agente ponga in essere una condotta di contraffazione o alterazione di segni distintivi, egli risponderà (solo) ai sensi dell’art. 473 c.p. (mentre la vendita o la messa in circolazione di prodotti contraffatti integra la successiva incriminazione dell’art. 474).

Labili, invece, appaiono i confini tra l’art. 517 e la speculare fattispecie di frode in commercio, di cui all’art. 515 c.p. Tale ultima norma reprime il comportamento di “chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita”.

Orbene, in giurisprudenza domina la tesi del concorso del reato de quo con quello descritto nell’art. 517 24; la dottrina, al contrario, sembra più incline per il concorso apparente di norme, in quanto “l’art. 515 ricomprende in sé per intero il disvalore della condotta incriminata dall’art. 517” 25.

Una posizione più articolata 26 ritiene, invece, che vi possa essere concorso materiale tra gli artt. 515 e 517, dato che la prima fattispecie presuppone “la consegna di aliud pro alio, mentre l’art. 517 c.p. concerne la messa in vendita di prodotti con marchi o segni equivocamente mendaci”; tuttavia, si precisa, tale distinzione non potrà essere mantenuta quando la messa in vendita avvenga nelle forme del self-service: “in siffatto sistema di vendita al pubblico, infatti, il prodotto non solo è offerto al pubblico ma è anche messo a sua completa disposizione, e il <porre in vendita> il bene coincide con la sua possibile <consegna> all’acquirente, il quale, nel momento della materiale apprensione, ne valuta le diverse caratteristiche sulla base delle indicazioni (scritte e talvolta anche orali) del venditore o di chi per lui, dando così vita a quegli elementi contrattuali della <dichiarazione-pattuizione> che si concludono con il pagamento del relativo prezzo…”.

A parere di chi scrive, poi, la fattispecie dell’art. 517 ben può concorrere con il delitto di truffa, di cui all’art. 640 c.p. 27. Muovendo dal diverso bene giuridico tutelato da quest’ultima norma (id est: patrimonio), è plausibile affermare che il porre in vendita (o mettere altrimenti in circolazione) prodotti industriali con segni mendaci, integra il concetto di “artifici o raggiri” che è anche elemento costitutivo del delitto ex art. 640. Va ricordato, però, che quest’ultima fattispecie è strutturata come reato di evento (mentre l’art. 517 è reato di pericolo) e richiede pertanto che la vittima, caduta in errore, abbia compiuto l’atto di disposizione patrimoniale a suo danno (nella fattispecie qui al vaglio, si può ipotizzare un imprenditore che acquista un macchinario dichiarato sicuro – mediante apposita marcatura CE – contrariamente alle reali qualità del prodotto, compiendo in tal modo quel sacrificio economico rilevante ex art. 640 c.p.).

Va detto, altresì, che l’eventuale concorso tra la vendita di prodotti industriali con segni mendaci e la truffa rileverà soltanto per la persona fisica autrice della condotta incriminata, non anche ai fini della corresponsabilizzazione dell’ente; mentre infatti l’art. 517 compare nel novero dei reati presupposto ex d.lgs. 231/01, il delitto di truffa fa scattare la c.d. corporate liability soltanto quando commesso in danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche (cfr. art. 24 d.lgs. 231/01).

Nei confronti dell’ente, quindi, permane lo “spettro” dell’incriminazione ai sensi dell’art. 517 c.p. (si veda l’art. 25-bis.1 d.lgs. 231/01). Di conseguenza, la norma in esame dovrà essere tenuta in alta considerazione da quanti, produttori o commercianti di macchinari industriali, si trovino ad attestare – tramite l’apposita marcatura CE e relativa dichiarazione CE di conformità – la conformità del prodotto alle leggi nazionali di recepimento delle direttive europee, alle norme comunitarie e nazionali, del settore, senza tuttavia aver adempiuto alle relative prescrizioni.

4. I programmi di prevenzione ex D.Lgs. 231/2001 – Considerazioni conclusive

Nell’ottica della prevenzione del fenomeno criminoso e della possibile responsabilità delle imprese ai sensi delle previsioni discendenti dall’articolo 25-bis.1 (Delitti contro l’industria e il commercio) del D.Lgs. 231/2001, cosa è concretamente raccomandabile che le imprese realizzino in aggiunta a quanto già tipicamente esse svolgono nell’ambito dei propri processi di progettazione, produzione e vendita?

E’ verosimile che gran parte delle aziende abbiano, infatti, già in essere modalità e sistemi attraverso cui governano tali processi in grado anche di prevenire o concorrere alla prevenzione dell’accadimento dei rischi reato ex D.Lgs. 231/2001. E’, pertanto, ragionevole attendersi che, indipendentemente dall’esistenza o meno di un programma di conformità al D.Lgs. 231/2001, un’azienda abbia già regolato e sottoposto ad aggiornamento e verifica periodica (ad esempio nell’ambito del proprio sistema di gestione della qualità) i propri processi di progettazione, produzione e vendita (incluso quello di acquisto dei prodotti di terzi da essa commercializzati).

E’ raccomandabile partire dalla valutazione del sistema esistente, sia in termini di sua astratta capacità di prevenire anche le situazioni a rischio reato (oltre agli errori o altre tipologie di rischio in funzione delle quali esso è stato originariamente disegnato), sia in termini di effettivo rispetto ed efficacia operativa nel tempo (in questo senso, non sarebbe sufficiente né saggio, basare la propria difesa su procedure non applicate o peggio neanche conosciute dai relativi destinatari). Al termine di questa valutazione, si potranno identificare:

– le attività sensibili ai sensi del sopra citato articolo 25-bis.1 del D.Lgs. 231/2001, ossia quelle attività aziendali nel cui ambito possono occorrere le fattispecie di reato ivi previste con diretta responsabilità della società in caso di suo interesse o vantaggio;

– una serie di azioni di miglioramento del sistema già in essere (più o meno numerose a seconda della sua robustezza) che vedranno coinvolti prevalentemente gli stessi responsabili dei processi in esame, al fine di assicurare un adeguato ed efficace governo anche delle attività sensibili sopra identificate, in termini di prevenzione dei rischi-reato sottostanti e, ancor prima, di rispondenza rispetto alle disposizioni regolamentari vigenti in materia, tra cui quelle ex D.Lgs. 17/2010 (con il ricorso o meno alla preventiva conformità con le norme tecniche armonizzate).

Laddove il profilo di rischio dell’azienda sia giudicato di livello tale da richiedere e giustificare (anche in termini di costi/benefici derivanti) ulteriori misure di controllo e di prevenzione in genere, l’azienda potrà a questo punto decidere di impiantare ex novo o ampliare il proprio programma di conformità al D.Lgs. 231/2001. Se sì, nell’ambito di quest’ultimo potranno così essere, tra le altre cose:

– codificate specifiche attività di controllo (c.d. protocolli di controllo) di rilievo “231”, ricavandoli preferibilmente dal sistema già esistente e oggetto di miglioramento come da precedenti note;

– elaborati i flussi di comunicazione (ad esempio diffide ricevute da concorrenti, claim da clienti) a beneficio dell’organismo indipendente, deputato ai sensi del D.Lgs. 231/2001, tra le altre cose, a vigilare sull’osservanza ed efficacia operativa del programma di conformità al D.Lgs. 231/2001 adottato dall’azienda;

– programmate e svolte periodiche verifiche (audit), su mandato dell’organismo di cui sopra, al fine di valutare l’efficacia operativa delle attività di controllo di rilievo “231” e dei flussi informativi codificati, potendo così dimostrare oggettivamente a terzi (particolarmente in sede processuale) la propria diligenza organizzativa premiata dal D.Lgs. 231/2001;

– realizzate o integrate le attività di informazione e formazione nei confronti dei destinatari del sistema in essere, oggetto di rafforzamento e ampliamento nell’ambito del programma di conformità al D.Lgs. 231/2001 intrapreso, presupposto essenziale per assicurare la sua efficacia operativa.

In conclusione, come già anticipato nelle prime righe del presente documento, l’introduzione mediante l’articolo 25-bis.1 (Delitti contro l’industria e il commercio) del D.Lgs. 231/2001, nel novero dei reati presupposto della responsabilità delle aziende anche del reato di cui all’articolo 517 c.p. (Vendita di prodotti industriali con segni mendaci), non dovrebbe generalmente introdurre in azienda rilevanti e/o numerose contromisure ulteriori, oltre a quelle già adottate o che si dovrebbero adottare per dare seguito ai requisiti discendenti dal D.Lgs. 17/2010.

Sarà, tuttavia, sempre una facoltà (e non un obbligo nello spirito del D.Lgs. 231/2001), decidere se rafforzare tale sistema mediante l’impianto o l’allargamento (ove già esistente) del propri programma di conformità al D.Lgs. 231/2001. Per assicurare la migliore scelta e conseguente decisione è però raccomandabile svolgere con cura la valutazione preliminare basandola sui rischi a cui l’azienda è esposta nello svolgimento dei propri processi di progettazione, produzione/acquisto e vendita, poiché non tutti i profili di rischio richiederanno o giustificheranno tale investimento.

note:

1. Si riporta l’elenco delle violazioni in oggetto:

– art. 15 del d.lgs. 17/2010 (sanzioni di natura amministrativa per i prodotti “macchina”);

– art. 7 del d.lgs. 17/2010 (clausola di salvaguardia e di ritiro dal mercato a carico del fabbricante);

– art. 23 del d.lgs. 81/08 (arresto da tre a sei mesi o ammenda da 10.000 a 40.000 euro, applicabile anche al venditore del bene).

2. Si veda, in argomento, la Guida all’attuazione delle direttive fondate sul nuovo approccio e sull’approccio globale – 1999 – Guida blu.

3. La modifica della norma de qua ha interessato, per vero, soltanto la risposta sanzionatoria che, a seguito della novella, consiste nella reclusione fino a due anni (in luogo della precedente fino ad un anno) in alternativa alla multa fino a € 20.000. In argomento, ARENA, Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, in www.reatisocietari.it.

4. Nell’ambito dei nuovi reati-presupposto inseriti dal c.d. “collegato sviluppo” troviamo fattispecie eterogenee quali: i reati di contraffazione (artt. 473 e 474 c.p.) che tutelano il bene giuridico della fede pubblica, i delitti contro l’industria e il commercio (artt. 513, 513-bis, 514, 515, 516, 517, 517-ter, 517-quater), posti a tutela dell’ordine economico e, infine, i delitti in materia di diritto d’autore di cui alla legge 633/1941 (artt. 171, co. 1, lett. a-bis, 171-bis, 171-ter, 171- septies, 171-octies), che tutelano i diritti patrimoniali inerenti alle opere dell’ingegno. In argomento, per tutti, ROMOLOTTI, I nuovi reati “industriali” e la gestione del rischio legale, in Diritto e Pratica delle Società, n. 12- dicembre 2009, 54 ss.

5. ROMOLOTTI, I nuovi reati “industriali” e la gestione del rischio legale, cit. 55.

6. ARENA, Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, cit.; PICA, Art. 517. Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, in Guida-Palombi-Pica (a cura di), Diritto penale dell’economia e dell’impresa, Torino, 1996, 89. In tal senso anche FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, I, 3ª ed., Bologna, 651.

7. PICA, Art. 517. Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, cit. 89; sulle differenze strutturali fra i delitti di cui agli artt. 473 e 517 c.p., si veda PEDRAZZI, Tutela penale del marchio e repressione della frode (sul rapporto fra l’art. 473 e l’art. 517 c.p.), in Diritto penale, IV, Scritti di diritto penale dell’economia, Milano, 2003, 369 ss.; in giurisprudenza, si veda di recente Cass. 9.6.2009, n. 23819, richiamata anche da ARENA, op cit..

8. PICA, op. cit., 89.

9. GUALTIERI, in DOLCINI-MARINUCCI (a cura di), Codice Penale Commentato, vol. I, 2ª ed., 2006, art. 517, p. 3622.

10. GUALTIERI, in DOLCINI-MARINUCCI (a cura di), Codice Penale Commentato, cit. p. 3622.

11. ARENA, op. cit.; PEDRAZZI, Tutela penale del marchio e repressione della frode (sul rapporto fra l’art. 473 e l’art. 517 c.p.), cit., 370.

12. GUALTIERI, op. cit., p. 3622.

13. ALESSANDRI, Tutela penale dei segni distintivi, in Digesto (discipline penalistiche), XIV, 432; in giurisprudenza, Cass. 26.11.1976, Benini, CED 135538, in Rivista Penale, 1977, 572.

14. Da notare che i collaboratori dell’imprenditore potranno rispondere ex art. 517 c.p. sia a titolo di concorso nel reato (sempreché ne sussistano i requisiti soggettivi) sia a titolo autonomo quando agiscano di propria esclusiva iniziativa; si veda, in proposito, Cass., 3.11.1989, in Rivista Penale, 1990, 928.

15. PICA, op. cit., 91.

16. Vanno segnalate le definizioni di cui alla Decisione europea 768/2008/CE relativa ad un quadro comune per la commercializzazione dei prodotti e che abroga la decisione 93/465/CEE:

– «messa a disposizione sul mercato»: la fornitura di un prodotto per la distribuzione, il consumo o l’uso sul mercato comunitario nel corso di un’attività commerciale, a titolo oneroso o gratuito;

– «immissione sul mercato»: la prima messa a disposizione di un prodotto sul mercato comunitario.

17. Per questi rilievi, ARENA, op. cit..

18. SANGIORGIO, Contraffazione di marchi e tutela penale della proprietà industriale e intellettuale, Padova, 2006, 167 ss.

19. Si ricordi che la marcatura CE, ex art. 4, co. 1, d.lgs. 17/2010, in aggiunta alla relativa dichiarazione CE, conferisce una presunzione di conformità.

20. Per quanto concerne i macchinari, la normativa di riferimento è costituita dal D.P.R. 459/96 che ha recepito la Direttiva Macchine 89/392/CE, oggi trasfusa nella Direttiva 98/37/CE.

21. SANGIORGIO, Contraffazione di marchi e tutela penale della proprietà industriale e intellettuale, cit., 171.

22. Così PICA, op. cit., 92.

23. Così FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, I, cit., 662; MARINUCCI, Frode in commercio, in Enc. dir., XVIII, Milano, 1969, 147; in giurisprudenza si veda Cass. 9 novembre 1934, in Giust. pen., 1935, II, 347.

24. Si veda, ad es., Cass. 2 febbraio 1973, in Giust. pen., 1973, II, 415; Cass. 9 ottobre 1969, in Cass. pen. Mass. ann., 1971, 311.

25. Così FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, I, cit., 662; MARINUCCI, Frode in commercio, in Enc. dir., XVIII, Milano, 1969, 147; in giurisprudenza si veda Cass. 9 novembre 1934, in Giust. pen., 1935, II, 347.

26. PICA, op. cit., 96.

27. In questo senso anche DI AMATO, La tutela penale dei segni distintivi, in Cass. pen., 1986, 838.

Check list: la manutenzione di container e cassoni

Fonte: www.puntosicuro.it

PuntoSicuro ha già affrontato nei giorni scorsi i rischi e la prevenzione nelle attività di carico e scarico di cassoni, container per rifiuti e press container ( container muniti di pressa incorporata).

Continuiamo a parlarne attraverso una lista di controllo dal titolo “ Manutenzione di container e cassoni”, un documento prodotto da Suva, istituto svizzero per l’assicurazione e la prevenzione degli infortuni, con la collaborazione dell’Associazione svizzera dei dirigenti e gestori degli impianti di trattamento dei rifiuti ( ASIR) e dell’Associazione svizzera dei trasportatori stradali ( ASTAG).

Il documento ricorda innanzitutto che i “contenitori scarrabili o ribaltabili (container, cassoni, contenitori chiudibili) subiscono spesso forti danneggiamenti perché vengono sollevati con gru o escavatori oppure per la natura stessa del carico”.

E i contenitori danneggiati sono spesso causa di infortuni gravi.

Devono essere riparati o rottamati immediatamente e in nessun caso “essere riutilizzati per altri trasporti, nemmeno internamente all’azienda”.

È importante una corretta manutenzione dei contenitori, ricordando che i pericoli principali sono:

–  “essere colpiti da sportelli che si aprono;

–   caduta di persone dal container;

–  schiacciamenti o urti di parti del corpo, ferite da taglio”.

La prima parte della lista si controllo è dedicata all’organizzazione della manutenzione.

Il documento sottolinea che:

– è bene sottoporre i container a manutenzione almeno una volta l’anno;

– “un piano di manutenzione comprendente tutti i container consente di procedere in modo ordinato”;

– “i singoli interventi di manutenzione devono essere documentati”;

– la manutenzione deve essere “eseguita a regola d’arte da persone esperte”;

– devono essere disponibili “liste di controllo per la revisione e il collaudo di tutti i tipi di container”;

– sul container deve essere indicato “quando è avvenuta l’ultima manutenzione e quando deve avvenire la prossima”, ad esempio attraverso un’etichetta di manutenzione;

– è importante che gli autisti segnalino gli eventuali guasti dei container. In questo modo si può provvedere per tempo alla riparazione.

Alcune informazioni sull’integrità dei contenitori scarrabili o ribaltabili.

Le targhette nei container – contenenti le indicazioni su produttore, tipo, anno di fabbricazione, carico di sollevamento massimo, capacità, tara, peso lordo massimo, …  – devono essere integre e leggibili.

Le pareti laterali dei contenitori sul lato destro e sinistro devono essere ancora diritte.

Se sono deformate verso l’esterno “si rischia di superare la sagoma massima autorizzata per la circolazione su strada” e di “provocare il cedimento delle serrature degli sportelli”.

Alcuni elementi da controllare nei container:

–  “lamiere di rinforzo e profilati;

–  lamiere di fondo e laterali;

–  profilati su tutti i lati;

–   saldatura;

– il funzionamento di sportelli e i coperchi (controllare cerniere, alloggiamenti e attuatori delle serrature, ganci di chiusura, forza di azionamento, sicure, segnalatori della pressione di apertura, nippoli, dispositivi che impediscono la chiusura accidentale degli sportelli).

Inoltre è bene controllare che la leva di apertura si trovi “al di fuori del raggio di apertura dello sportello”. “Deve trovarsi a circa 1,5 m dall’apertura di scarico. In questo modo si riduce il rischio di cadere nel bunker o lungo una scarpata durante le operazioni di scarico”.

Senza dimenticare che le “porte che possono essere sotto pressione devono essere provviste di appositi segnali di avvertimento”.

Anche i punti di trazione (ganci e asole) per il fissaggio dei teloni o delle reti devono essere in perfette condizioni e i dispositivi di salita essere “integri e portanti”. Ad esempio i gradini “devono essere sufficientemente larghi e antisdrucciolevoli”.

Rimandandovi al documento originale di Suva, ricco di immagini esplicative, concludiamo con informazioni relative a specifici contenitori.

Cassoni scarrabili

Le pinze di sollevamento devono essere sicure e resistenti.

Per impedire lo sganciamento del carico è possibile utilizzare delle piastre di sicurezza.

Inoltre nei cassoni scarrabili gli appoggi antiribaltamento devono essere in grado di sostenere il carico previsto: “se gli appoggi antiribaltamento sono rotti, l’autocarro rischia di ribaltarsi durante le operazioni di scarico”.

È importante “controllare i seguenti punti:

–  fissaggio degli appoggi antiribaltamento;

–  deformazione delle lamiere di fondo e di quelle frontali;

–   saldature”.

Container su ruote

L’anello di sollevamento e il dispositivo di sospensione devono essere resistenti al carico: “la rottura dell’anello di sollevamento provoca la caduta del container”.

In questo caso è bene “controllare i seguenti punti:

–  fessurazione (sulla parte esterna);

–  usura, diametro dell’anello;

–  saldature;

–  fissaggio sulla parete frontale, deformazioni dei fazzoletti”.

Press container

Riguardo ai press container è importante verificare che l’attuatore idraulico funzioni correttamente. I tubi idraulici devono essere a tenuta stagna e:

–  “non devono essere sollecitati da forze di trazione, torsione o compressione;

–  devono essere protetti contro i danni da vibrazioni;

–  non devono essere verniciati;

–  le valvole limitatrici di pressione devono essere funzionanti e regolate secondo le indicazioni del produttore”.

L’equipaggiamento elettrico deve essere efficiente e funzionante.

Per verificare l’efficienza controllare:

–  “interruttori principali, interruttori a chiave;

–  interruttori di controllo;

–  pulsanti;

–  interruttori di arresto d’emergenza;

–  spine di collegamento, messa a terra, cavi danneggiati”.

Ricordiamo infine che la “ manutenzione degli elementi idraulici e delle installazioni elettriche deve essere eseguita da persone esperte”.

N.B.: Gli eventuali riferimenti legislativi contenuti nel documento originale riguardano la realtà svizzera, i suggerimenti indicati possono essere comunque di utilità per tutti i lavoratori.

Segnaliamo, infine, che nel precedente articolo di PuntoSicuro su cassoni e container, abbiamo inserito il giusto collegamento per visionare la lista di controllo “ Carico e scarico di container e cassoni”.

Suva, lista di controllo, “ Manutenzione di container e cassoni”, (formato PDF, 568 kB).

Noleggio di macchine con conducente – Responsabilità

Segnalato da Ugo che ringrazio.

Questa notizia è stata tratta da: http://www.sicurezzalavoro.fvg.it/

Sentenza della Corta di Cassazione

Corte di Cassazione: l’individuazione delle responsabilità nel caso di un infortunio occorso ad un lavoratore alla guida di una macchina operatrice concessa con nolo a caldo, (Sentenza n. 1514 del 14 gennaio 2010 – U.P. 9 dicembre 2009 – Pres. Morgigni – Est. Brusco – P.M. Ciampoli – Ric. R. N. P. M).

Il Caso: si riferisce ad un infortunio occorso ad un lavoratore rimasto mortalmente folgorato mentre operava su una pompa autocarrata presa a noleggio ed utilizzata per la posa del calcestruzzo, pompa venuta in contatto di una linea elettrica sovrastante il mezzo e posta ad una distanza risultata non regolare.

Il Tribunale: ha condannato il responsabile legale della società che ha noleggiato la macchina, il datore di lavoro dell’impresa che l’ha presa a noleggio ed il coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione rispettivamente alle pene di un anno e sei mesi, di un anno e tre mesi e di un anno di reclusione per il delitto di omicidio colposo in danno del lavoratore infortunato.

La Corte di Appello: ha successivamente confermata la condanna degli imputati riducendo la pena del solo noleggiatore ad un anno di reclusione, in quanto nel corso delle indagini era stato accertato che lo stesso non aveva provveduto ad evitare che il mezzo, condotto dal suo dipendente, operasse in prossimità di linee elettriche aeree né che aveva indicato tale rischio specifico nel documento per la sicurezza ed è risultato, altresì, che aveva nominato un preposto ma che questi, peraltro privo di alcuna delega, non era stato adeguatamente preparato per la tutela della sicurezza in situazioni consimili.

Il Ricorso: contro la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso il solo responsabile legale dell’impresa che aveva dato a noleggio l’attrezzatura adducendo, fra gli altri motivi, quello di non aver avuta alcuna notizia della stipulazione del contratto fatta ad opera di un dipendente e sostenendo, altresì, che la Corte di Appello non aveva tenuto conto che aveva delegato ad un preposto, sia pure in assenza di una delega formale, i poteri riguardanti la sicurezza sul lavoro.

Il ricorso è stato ritenuto infondato ed è stato conseguentemente rigettato.

Le Decisioni della Corte di Cassazione: ha fatto osservare in premessa che nel ricorso non si contesta che la manovra della pompa utilizzata per il getto del calcestruzzo sia avvenuta con modalità inidonee a salvaguardare la sicurezza dei lavoratori che stavano eseguendo quella attività e più precisamente ad distanza troppo ravvicinata rispetto alla linea elettrica e senza che si fosse provveduto a disattivarla.

La stessa Corte ha inoltre ritenuta irrilevante la circostanza che il responsabile della società che ha dato a noleggio l’attrezzatura non fosse a conoscenza che il contratto con il titolare della ditta datrice di lavoro della vittima che aveva noleggiato il mezzo su cui era installata la pompa fosse stato stipulato da un suo dipendente.

Tale società non si era limitata, secondo la Corte di Cassazione, a noleggiare il pesante mezzo ma aveva assunto l’obbligo di fornire pure una prestazione di servizi comprendente l’opera del conducente del veicolo, dipendente della società stessa, alla cui erronea manovra è stato ritenuto ricollegabile l’infortunio.

Sentenza dal sito OLYMPUS (Osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza sul lavoro)

http://olympus.uniurb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3456:cassazione-penale-sez-4-14-gennaio-2010-n-1514-&catid=17:cassazione-penale&Itemid=60

Dimensionamenti elettrici in B.T. con Excel

Segna una interessante raccolta di file excel.

Grazie Ugo.

http://www.studiofonzar.com/blog/?p=19332

Aria compressa: il pericolo invisibile

Segnalato da Ugo che ringrazio.

Questa notizia è stata tratta da: http://www.sicurezzalavoro.fvg.it/

Opuscolo dal mitttiko SUVA SFizzero!

L’aria compressa viene impiegata in molti ambiti e per le più diverse applicazioni. Molti sono quindi i rischi di infortunio e di danni alla salute.

La pubblicazione Suva «Aria compressa: il pericolo invisi- bile» illustra i principali obiettivi di protezione, le soluzioni tecniche e le regole di comportamento per lavorare in sicurezza.

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