Sicurezza del lavoro

La spianata nera di Bhopal. Trent’anni fa.

Da www.postilla .it

Grazie Marzio!

http://marziomarigo.postilla.it/2014/11/24/spianata-nera-bhopal-trentanni-fa/

Ladder Niosh: come usare le scale portatili sul cellulare!

fonte: http://www.cdc.gov/niosh/updates/upd-06-17-13.html

Mi pare un ottimo strumento.
L’abbiamo usato per il corso delle scale e per verificare se la regola del rapporto 1:4 (o la regola del gomito) batte con l’inclinometro del cellulare.
In pratica si trova:
– inclinometro che ti avvisa della corretta inclinazione della scala portatile
– sicurezza
– considerazioni
– scelta della corretta scala
– ispezione della scala con i punti da ispezionare e la descrizione
– check up iniziale
– uso corretto
– accessori
Da qui si possono vedere gli screen shot: https://itunes.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewSoftware?id=658633912&mt=8

Elenco soggetti abilitati per l’effettuazione delle verifiche periodiche

fonte: http://www.lavoro.gov.it

 

28 gennaio 2014

Elenco dei soggetti abilitati per l’effettuazione delle verifiche periodiche 
Pubblicato il Decreto Dirigenziale del 22 gennaio 2014

Con il Decreto Dirigenziale del 22 gennaio 2014 è stato pubblicato il settimo elenco, di cui al punto 3.7 dell’Allegato III del Decreto 11 aprile 2011, dei soggetti abilitati per l’effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’articolo 71, comma 11, del Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81 come modificato e integrato dal Decreto Legislativo 3 agosto 2009, n. 106.
Il suddetto elenco sostituisce integralmente il precedente elenco allegato al Decreto Dirigenziale del 31 luglio 2013.

Se ne dà avviso sulla Gazzetta Ufficiale n. 21 del 27 gennaio 2014.

link documento: http://www.lavoro.gov.it/Strumenti/normativa/Documents/2014/20140122_Did.pdf

Circolare n. 9 del 5 Marzo 2013

Da qui è possibile scaricare il pdf

http://www.anclsu.com/public/news/enti_istituzioni/20130305_Circ_9.pdf

Alcune considerazioni, così vi aiuto la lettura.
punto 2.
Tempistiche su affidamento diretto da parte del datore di lavoro al soggetto abilitato.
Come al solito il tempo è relativo (“nel più breve tempo possibile” è riportato). Avessero scritto 1 settimana lavorativa, 1 giorno, 1 mese.
punto 4.
Gli argani installati su aerogeneratori (parchi eolici) per asservimento alle operazioni di manutenzione sono macchine di sollevamento e rientrano in all. VII (ovviamente se han portate superiori a 200 kg)
punto 5
Loader aeroportuali
I Loader aeroportuali non sono monti mobili sviluppabili e pertanto non sono soggetti al regime di verifiche di cui all’All. VII del TU.
punto 6
Attrezzature di raccolta rifiuti
Le attrezzature per raccolta rifiuti dotate di braccio articolato e dispositivo di aggancio rigido non sono soggette alle verifiche per la definizione di apparecchio di sollevamento (UNI ISO 4306-1)
punto 7
Si ribadisce il concetto che un carrello elevatore dotato di attrezzatura intercambiabile  o di accessori di sollevamento è assoggettato a quanto previsto dall’all. VII.
punto 9
Sull’imparzialità del soggetti abilitati.
In pratica i verificatori dei soggetti abilitati non possono esercitare attività di controlli previsti dall’art. 71, comma 8 del d.lgs. 81/08 e le indagini supplementari.
Interessante! O fai il verificatore o fai l’ingegnere esperto? Realmente però non è proprio così. Sembra che chi fa questa attività debba scegliere.
Fino a questa circolare la prassi comune era: io non posso fare una verifica periodica presso azienda dove possono esserci conflitti di interesse.

Tariffe sulle verifiche periodiche sulle attrezzature.

Sono state pubblicate le tariffe delle prime verifiche e verifiche periodiche delle attrezzature di lavoro di cui all’All. VII del d.lgs. 81/08.

Da qui il testo.

 

Prime verifiche e verifiche periodiche secondo il DM 11-04-11. Il diagramma di flusso versione 2.

Da qui la nuova versione del diagramma di flusso per le prime verifiche e verifiche periodiche delle attrezzature contenute nell’all. VII del d.lgs. 81/08.

 

Prima verifica e verifiche periodiche secondo il DM 11.04.2011 – diagramma di flusso

Ho elaborato un diagramma a blocchi per le prime verifiche e verifiche periodiche secondo il DM 11.04.2011 integrato anche dalla Circ. n. 23 del 13.08.12 Chiarimenti su D.M._11_APRILE_2011.

https://dl.dropbox.com/u/5565404/Fotoxweb/Sk_Verifiche_DM11-04-11.pdf

 

in alternativa:

http://www.youblisher.com/p/453112-Schema-verifiche-secondo-DM-11-aprile-2011/

 

Cassazione: il privato risponde dell’infortunio e morte dell’operaio che lavora in casa

Fonte: www.studiofonzar.com

Da: http://www.lavoroediritti.com/

La Cassazione con sentenza nr, 42465/2010, ha affermato la responsabilità penale del privato, nel caso in caso l’operaio da lui incaricato, muoia in occasione del lavoro assunto.

La Cassazione, IV Sezione Penale, con la sentenza n. 42465 del 1° dicembre 2010 ha affermato la responsabilità penale del privato, nel caso in caso l’operaio da lui incaricato, in assenza di qualsiasi cautela relativa alla sicurezza, muoia in occasione del lavoro assunto.
Nella sentenza in oggettto, il privato ricorreva in Cassazione contro la precedente sentenza del tribunale di appello, con le quali si condannava lo stesso alla pena della reclusione di otto mesi, perchè, in qualità di committente di lavori edili da svolgersi nella sua abitazione, consentiva all’operaio da lui incaricato, di svolgere il lavoro, in assenza di qualsiasi cautela volta a scongiurare pericoli di caduta (da una altezza di tre metri); sicchè lo stesso operaio, cadendo dall’impalcatura senza protezioni e senza indossare la cintura di sicurezza, moriva.
Secondo la Suprema Corte, in materia di sicurezza sul lavoro, il privato committente ha una “posizione di garanzia” nei confronti del lavoratore autonomo di non verificata professionalità e in assenza di qualsiasi apprestamento di presidi anticaduta a fronte di lavorazioni in quota superiore ai metri due”. Deve essere considerata errata la tesi secondo la quale “in caso di prestazione autonoma (d’opera) il lavoratore autonomo sia comunque l’unico responsabile della sicurezza”.
Inoltre la Corte, individua nel decreto legislativo 626, del 1994, il sistema più ampio di tutela a garanzia della salute dei lavoratori; specificando che, seppur tale normativa sia tarata sul lavoro dipendente, trova applicazione anche nelle ipotesi di lavoratori impiegati da imprese appaltatrici e, di lavoratori autonomi.
Infine la Corte, richiamandosi alla precedente giurisprudenza riafferma il principio per cui: “chiunque gestisce cantieri, opifici etc, oltre all’obbligo di garanzia relativo ai dipendenti dell’imprenditore o, comunque presenti su un cantiere per motivi di lavoro, ha un ulteriore obbligo di garanzia verso chiunque a vario titolo acceda agli impianti; obbligazione correlata agli obblighi specifici di sicurezza che cautelano le attività organizzate ma anche, agli obblighi generali di non esporre nessuno a rischi generici o ambientali, derivati per legge, dall’attività del soggetto gravato per legge, per contratto o per assunzione di fatto, dall’obbligo di garanzia”.

Una guida per l’autocertificazione della valutazione dei rischi

Fonte: www.puntosicuro.it

Roma, 26 Lug – Malgrado l’approvazione della Commissione consultiva permanente delle procedure standardizzate per la valutazione dei rischi (ai sensi dell’art. 29, commi 5 e 6 del Decreto legislativo  81/2008), l’uso di tali procedure è stato rinviato al 31 dicembre 2012.  Rinvio contenuto nel Decreto-Legge 12 maggio 2012, n. 57 “Disposizioni urgenti in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro nel settore dei trasporti e delle microimprese” e confermato con la Legge n. 101 del 12 luglio 2012 di conversione, con modifiche, del Decreto Legge n. 57 del 12 maggio 2012.

 

In considerazione della possibilità fino al 31 dicembre, per i datori di lavoro che occupano fino a 10 lavoratori, di autocertificare la valutazione effettuata, torniamo a parlare delle “ Check list di autovalutazione per le piccole e micro imprese – Strumenti per l’implementazione di un sistema di gestione della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, un documento elaborato da ITACA  per supportare le imprese nella corretta “valutazione del grado di applicazione delle disposizioni previste dal Decreto legislativo 81/2008”.

 

Il secondo allegato al documento riporta un articolato “Esempio di autocertificazione della valutazione dei rischi – Articolo 17, articolo 28 e articolo 29 comma 5 del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.”. Un autocertificazione con cui il datore di lavoro dichiara di aver valutato, “anche nella scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze o dei preparati chimici impiegati, nonché nella sistemazione dei luoghi di lavoro, tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui anche quelli collegati allo stress lavorocorrelato e quelli riguardanti le lavoratrici in stato di gravidanza, nonché quelli connessi alle differenze di genere, all’età, alla provenienza da altri Paesi”.

E dichiara inoltre che, “all’esito della suddetta valutazione ha:

– individuato le misure di prevenzione e protezione e i dispositivi di protezione individuali conseguenti alla valutazione dei rischi effettuata;

– programmato le misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza, comprese la formazione, informazione ed addestramento”.

 

Successivamente il datore di lavoro elenca i vari rischi specifici a cui sono potenzialmente esposti i lavoratori confermando l’eventuale valutazione effettuata, ad esempio con riferimento a:

-rischio per le lavoratrici in gravidanza e allattamento (ai sensi dell’ art. 11 del D.Lgs. 151/2001);

-rischio per i lavoratori minori e adolescenti (L. 977/1967 e s.m.i.);

-rischi collegati allo stress lavoro-correlato (ai sensi del Titolo I del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-lavori in appalto/subappalto;

-lavoratori “somministrati” e “atipici”;

-lavoratori “migranti” (nati in altro paese);

-rischi legati a potenziali motivi sanitari inerenti il singolo lavoratore (handicap, inabilità specifiche, minori abilità legate ad abitudini di vita);

-rischi dovuti a luoghi di lavoro in ambienti sospetti di inquinamento (es. in pozzi neri, fogne, camini, fosse,  gallerie, recipienti, condutture, caldaie e simili) (ai sensi del Titolo II del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischi dovuti all’uso di attrezzature di lavoro (macchine, utensili, apparecchi, impianti) (ai sensi del Titolo III Capo I del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischi dovuti ad impianti ed apparecchiature elettriche (ai sensi del Titolo III Capo III del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischi in cantieri temporanei e mobili (ad es. rischi di folgorazione, di seppellimento, in particolare nel campo delle costruzioni, ecc.) (ai sensi del Titolo IV del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischi dovuti ad esecuzione di lavori in quota (ai sensi del Titolo IV Capo II del D.

Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da movimentazione manuale dei carichi (ai sensi del Titolo VI del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischi legati ad aspetti ergonomici ( posture incongrue, movimenti ripetuti degli arti superiori, ecc.) (ai sensi del Titolo VI del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione/utilizzo di attrezzature munite di videoterminali (ai sensi del Titolo VII del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione al rumore (ai sensi del Titolo VIII Capo II del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione a vibrazioni (ai sensi del Titolo VIII Capo III del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione a campi elettromagnetici (ai sensi del Titolo VIII Capo IV del D.

Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione a radiazioni ottiche artificiali (ai sensi del Titolo VIII Capo V del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione ad agenti chimici (Titolo IX Capo I D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni (Titolo IX Capo II del D.Lgs 81/2008);

-rischio da esposizione a polveri di amianto (ai sensi del Titolo IX Capo III del D. Lgs. 81/2008 e s.m.i.);

-rischio da esposizione ad agenti biologici (Titolo X del D.Lgs 81/2008);

-rischio di esplosione (titolo XI del D.Lgs 81/2008);

-rischio d’incendio (ai sensi dell’ art. 2 del D.M. 10/03/98);

-altri rischi.

 

Per ogni rischio nell’esempio di autocertificazione sono presenti varie indicazioni riguardo all’analisi svolta, alla documentazione presente o ad altri aspetti.

Ad esempio in merito al rischio per lavoratori minori e/o adolescenti, il datore – laddove presenti in azienda – indica di aver:

– “effettuato la valutazione dei rischi relativamente ai lavoratori minori e/o adolescenti;

– formato e informato i lavoratori minori e/o adolescenti;

– informato i titolari della potestà genitoriale nei riguardi dei minori;

– adibito gli adolescenti alle lavorazioni, ai processi e ai lavori indicati nell’all. I della Legge 977/1967, solo per motivi di formazione professionale, per il tempo strettamente necessario alla formazione stessa, sotto la sorveglianza di formatori competenti anche in materia di prevenzione e protezione”.

O riguardo ai lavori in appalto/subappalto nel documento si dichiara se:

– “in azienda è disponibile la documentazione che dimostra l’idoneità tecnico – professionale”;

– è stata verificata “l’ idoneità tecnico – professionale di eventuali subappaltatori;

– in azienda è disponibile la documentazione di coordinamento”.

 

Nel documento uno spazio è dedicato anche alla descrizione della struttura aziendale dedicata alla sicurezza, con riferimento a:

– Responsabile del Servizio di prevenzione e protezione (RSPP);

– Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS);

– Medico competente aziendale (se previsto);

– consulenze, supporti, mezzi;

– Responsabile antincendio emergenza evacuazione;

– Addetti antincendio emergenza evacuazione;

– Responsabile pronto soccorso e addetti pronto soccorso;

– eventuali altre figure di preposti alla sicurezza sul lavoro.

 

Infine si dichiara se la valutazione dei rischi “è stata effettuata consultando preventivamente” il/i RLS o RLST e i lavoratori dall’azienda e se “del presente documento è stata consegnata copia al/ai RLS o RLST”.

 

Istituto per l’innovazione e trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale, “ Check list di autovalutazione per le piccole e micro imprese – Strumenti per l’implementazione di un sistema di gestione della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”, documento elaborato nell’ambito del Gruppo di Lavoro interregionale “Sicurezza Appalti” con il coordinamento dell’ing. Marco Masi – Regione Toscana (formato PDF, 683 kB).

Infortunio mortale sul lavoro di un operaio addetto alla raccolta dei rifiuti – Il funzionario del Comune addetto alla sicurezza è responsabile dell’infortunio

Fonte: www.studiofonzar.com

Corte di Cassazione – Sentenza n. 35204/2011

Infortunio mortale sul lavoro di un operaio addetto alla raccolta dei rifiuti – Il funzionario del Comune addetto alla sicurezza è responsabile dell’infortunio
Corte di Cassazione Sez. Quarta Pen. – Sent. del 28.09.2011, n. 35204
Ritenuto in fatto
Ricorre per cassazione L.P. , per tramite del difensore, avverso la sentenza emessa in data 11 marzo 2010 dalla Corte d’appello di Reggio Calabria con la quale, in parziale riforma della sentenza 24 ottobre 2005 del Tribunale di Reggio Calabria, veniva ridotta la pena a mesi otto di reclusione con conferma delle statuizioni relative all’affermazione della penale responsabilità dell’imputato in ordine all’accertato delitto di cui agli artt. 40 cpv. 589 / 1, 2 e 3 comma, commesso in (…) in danno del lavoratore C.P. nonché la condanna del prevenuto in solido con il responsabile civile, Comune di Motta S. Giovanni, al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili. In esito all’espletata istruttoria era rimasto accertato che il C. , in qualità di operaio addetto alla raccolta rifiuti del Comune di (…) , dopo esser risalito sulla pedana posteriore dell’autocarro adibito al tale operazione (condotto da Ca.Ca. anch’egli imputato dello stesso delitto e poi assolto dal Tribunale per difetto di colpa) una volta svuotato il primo cassonetto, ad ore 6,30 circa del (…) , veniva improvvisamente sbalzato dal veicolo, rovinando sul selciato della strada asfaltata – che recava in quel punto, un piccolo dissesto – allorché l’autista dell’autocarro – udito il segnale acustico convenuto con i netturbini – era ripartito a velocità ridottissima.
Nonostante l’immediato trasporto all’ospedale, l’infortunato vi giungeva cadavere. L’indagine autoptica aveva acclarato che la morte era stata causata da trauma cranico ed encefalico e che la vittima presentava fratture ed escoriazioni al tronco, a dimostrazione del fatto che aveva subito uno sfregamento con l’asfalto. Il Tribunale, sulla scorta di quanto accertato dal consulente del P.M. aveva ritenuto, che a cagionare la caduta dell’operaio, avessero contribuito sia il fatto che costui, in conseguenza di postumi di patologia poliomielitica, non era in grado di mantenere perfettamente la stazione eretta, presentando limitazioni alla capacità prensile dell’arto superiore destro, sia la circostanza che, al momento della caduta, l’infortunato non indossasse le apposite cinture di sicurezza: condotta che indubbiamente valeva ad integrare un concorso di colpa della vittima. Inoltre, con ulteriori argomentazioni anch’esse condivise dalla Corte distrettuale, il Primo Giudice aveva affermato che il L. rivestiva la qualità di datore di lavoro della vittima. Al prevenuto, quale funzionario del Comune di (…) , era stata infatti affidata, con provvedimento sindacale del 9 marzo 1983, la responsabilità anche del servizio di nettezza urbana; incarico preceduto da delibera 29 ottobre 1993 della Giunta Municipale che lo aveva indicato come datore di lavoro – responsabile del procedimento, affidandogli, previa apposita attestazione della relativa copertura finanziaria, autonomia gestionale in relazione all’applicazione della normativa in tema di sicurezza del lavoro. Al L. , i Giudici di merito avevano quindi addebitato di aver commesso il fatto sia per colpa generica sia per la violazione della specifica normativa antinfortunistica, avendo egli omesso di vigilare sull’osservanza dell’uso delle cinture di sicurezza e dei caschetti di protezione: presidi entrambi presenti sull’autocompattatore, ma non utilizzati dalla vittima ex artt. 4, 5 e 35 d.lgs. n. 626 del 1994 ed avendo altresì il prevenuto destinato un soggetto non dotato di equilibrio, stabilità fisica e prontezza di riflessi, in quanto affetto da postumi di poliomielite, al compito di viaggiare in piedi sulla pedana posta sul retro dell’autocompattatore, sempre in violazione dell’art. 4 dello stesso d.lgs. n. 626 del 1994.
Articola la difesa, a sostegno dell’impugnazione, quattro motivi di ricorso denunziando vizi di inosservanza della legge penale e di difetto, contraddittorietà ed illogicità della motivazione che così possono sintetizzarsi. La Corte d’appello avrebbe, in primo luogo, violato il disposto dell’art. 521 c.p.p. avendo ritenuto il L. “datore di lavoro di fatto” in contrasto quindi con la contestazione ove risulta allo stesso conferita siffatta posizione per effetto dell’adozione di specifici provvedimenti adottati dagli organi del comune. Non avrebbe comunque potuto ritenersi sussistente, secondo il ricorrente, un rapporto di lavoro subordinato nei confronti di lavoratori socialmente utili (categoria cui apparteneva la vittima) vincolati invece all’Ente pubblico da un mero rapporto di carattere previdenziale fondato sull’art. 38 Cost. I Giudici d’appello avrebbero altresì errato nel ritenere responsabile della morte del C. il L. anziché l’Ente utilizzatone delle sue prestazioni, essendo solo all’Ente riferibile ogni attività dell’imputato in virtù del rapporto di immedesimazione organica.
Lamenta in secondo luogo il ricorrente che la Corte d’appello abbia illogicamente e contraddittoriamente ritenuto di desumere profili di negligenza, ascrivibili al L. (in veste comunque di semplice funzionario dell’Ente e non di autonomo datore di lavoro) per non aver egli preveduto la verosimile incidenza negativa dei postumi della poliomielite sulle capacità prensili e di stazione eretta del lavoratore dopoché lo stesso imputato, all’esito della procedura di selezione delle unità lavorative avviate dall’Ufficio circoscrizionale per l’impiego di Reggio Calabria (tra le quali era incluso anche il C. ) espletata in qualità di tecnico, aveva preteso il rilascio di specifica certificazione di idoneità di carattere sanitario, ritenendo di poter avviare il lavoratore al progetto di lavori socialmente utili, solamente grazie all’attestazione del dr. A.V. , specialista tra l’altro in medicina sportiva, che aveva escluso che i postumi della poliomielite potessero compromettere lo svolgimento dell’attività lavorativa del C. quale netturbino, addetto ovviamente alla raccolta rifiuti utilizzando l’autocompattatore.
Assume in terzo luogo, la difesa che la Corte distrettuale sarebbe incorsa inoltre in errore nell’addebitare al L. comportamenti colposi di omessa informazione e di omessa vigilanza sull’effettivo uso delle cinture di sicurezza (fraintendendo il significato delle parole del teste Ve. collega di lavoro della vittima, presente al momento del fatto) nonché di omesso controllo sull’uso dei caschetti protettivi in dotazione ai lavoratori sull’autocompattatore, non ritenendo condotta anomala ed imprevedibile l’omissione dell’uso della cintura di sicurezza, addebitabile alla vittima, quale causa sopravvenuta,da sola sufficiente a cagionare l’evento.
Si duole, con la quarta censura, il ricorrente della mancata declaratoria di estinzione del reato per prescrizione maturata prima della pronunzia della sentenza di secondo grado e precisamente in data 17 dicembre 2006, dovendosi fare applicazione, nel caso di specie, del termine massimo di anni sette e mesi sei, previsto dalla previgente e più favorevole normativa in relazione alla pena edittale prevista, nel massimo, per il delitto di cui all’art. 589, commi 1 e 2 cod. pen., in anni cinque di reclusione.
Conclusivamente insta il ricorrente, in via principale, per l’assoluzione nel merito ovvero in subordine, per la declaratoria di estinzione del reato per maturata prescrizione, con ogni statuizione di legge.
Con motivi aggiunti depositati in cancelleria il 21 aprile 2011, la difesa, riportandosi integralmente a quanto già dedotto in atto di impugnazione, ha insistito nell’accoglimento del ricorso.
Considerato in diritto
Ritiene il Collegio che preliminarmente, attese le conclusioni rassegnate dal Procuratore Generale e dalla difesa dell’imputato – avuto riguardo al tempus commissi delicti, al titolo del reato (omicidio colposo aggravato dalla violazione della disciplina antinfortunistica) ed alla pena edittale per lo stesso prevista, essendo state concesse dal Tribunale all’imputato le attenuanti generiche con giudizio di prevalenza sull’aggravante contestata (tantoché la Corte d’appello aveva poi ulteriormente ridotto la pena base di un anno di reclusione a quella di mesi otto, applicando, nella massima estensione, la riduzione di 1/3) – occorre verificare se, alla data della odierna udienza, sia interamente decorso il termine massimo di prescrizione (sette anni e mezzo) cui bisogna por mente in applicazione della normativa precedente alle modifiche introdotte con la legge n. 251 del 2005 di cui all’art. 157, comma 1 n. 4 e comma 2 c.p., da considerarsi più favorevole all’imputato ex artt. 2, comma 4 c.p.
Ciò posto, va rilevata l’intervenuta prescrizione della causa estintiva del reato deve invero ritenersi verificata pur tenendo conto del principio enunciato dalle Sezioni Unite di questa Corte – con sentenza n. 1021 / 2001 (imp. Cremonese) – in tema di sospensione del decorso del termine di prescrizione in conseguenza di impedimento dell’imputato o del suo difensore; ed invero dagli atti si rileva che nel corso del giudizio di primo grado vi fu un primo rinvio dal 25 giugno al 31 ottobre 2003 (mesi 4 e giorni 6) nonché un secondo dal 31 marzo al 25 giugno 2004 (mesi 2 e giorni 25): entrambi per l’adesione del difensore all’astensione dalle udienze proclamata dall’associazione di categoria ed infine un terzo rinvio dal 1 al 15 ottobre 2004 (giorni 15) per legittimo impedimento dell’imputato, per motivi di salute; di talché, il termine massimo prescrizionale deve comunque ritenersi già definitivamente maturato in epoca precedente all’odierna udienza, pur sommando i periodi di sospensione sopra indicati. Deve poi convenirsi con il ricorrente che, nonostante le rilevate sospensioni del suddetto termine, la prescrizione si è compiuta in epoca anteriore alla sentenza di secondo grado, pronunziata in data 11 marzo 2010.
Tanto premesso ed avuto riguardo ai motivi dedotti dal ricorrente in relazione alle argomentazioni svolte dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria nell’impugnata sentenza, deve riconoscersi che il ricorso non presenta profili di inammissibilità per la manifesta infondatezza delle doglianze ovvero perché basato su censure non deducibili in sede di legittimità, essendo quindi pacificamente rilevabile l’intervenuta prescrizione (posto che si tratterebbe di causa originaria di inammissibilità).
Non sussistono peraltro le condizioni di legge per la sussumibilità del caso nella previsione dell’art. 129, 2 comma c.p.p., anche per quanto di seguito si dirà nell’esaminare la fattispecie ai fini civilistici.
Invero, sotto un profilo d’ordine generale e sistematico, in presenza di una causa estintiva del reato, è precluso alla Corte di Cassazione un riesame dei fatti finalizzato ad un eventuale annullamento della decisione per vizi attinenti alla sua motivazione (sia con riferimento alle valutazioni del compendio probatorio, sia con riferimento al vaglio delle altre deduzioni). Il sindacato di legittimità ai fini dell’eventuale applicazione del secondo comma dell’art. 129 c.p.p. deve essere circoscritto all’accertamento della ricorrenza delle condizioni per addivenire ad una pronuncia di proscioglimento nel merito con una delle formule prescritte: la conclusione può essere favorevole al giudicabile solo se la prova dell’insussistenza del fatto o dell’estraneità ad esso dell’imputato risulti ictu oculi evidente, sulla base degli stessi elementi e delle medesime valutazioni posti a fondamento della sentenza impugnata, senza possibilità di nuove indagini ed ulteriori accertamenti che sarebbero incompatibili con il principio secondo cui l’operatività della causa estintiva, determinando il congelamento della situazione processuale esistente nel momento in cui è intervenuta, non può essere ritardata. Qualora, dunque, il contenuto complessivo della sentenza non prospetti, nei limiti e con i caratteri richiesti dall’art. 129 c.p.p., l’esistenza di una causa di non punibilità più favorevole all’imputato, prevale l’esigenza della definizione immediata del processo. Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, qualora già risulti una causa di estinzione del reato, addirittura la sussistenza di una nullità (pur se di ordine generale ed a fortiori se relativa) non è rilevabile nel giudizio di cassazione, “in quanto l’inevitabile rinvio al giudice di merito è incompatibile con il principio dell’immediata applicabilità della causa estintiva” (in tal senso, ex plurimis: Sez. Un. n.1021/ 2001 Sez. Un. n.35490/2009).
L’impugnata sentenza deve essere pertanto annullata senza rinvio, ai fini penali, per essersi il reato estinto per maturata prescrizione.
Precluso risulta pertanto, nella concreta fattispecie – giova subito evidenziarlo – l’esame dell’eccepita nullità della sentenza impugnata in ragione della ritenuta violazione del disposto degli artt. 521 e 522 c.p.p. che pacificamente configurano una nullità di ordine relativo.
La declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione comporta invece la necessità di esaminare le doglianze del ricorrente ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili (art. 578 c.p.p.).
A fini civili il ricorso deve essere rigettato, per l’infondatezza delle censure addotte a suo sostegno.
Giova ancora preliminarmente premettere in linea generale quanto al vizio di motivazione, deducibile in sede di legittimità che esso deve, per espressa previsione normativa, risultare dal testo del provvedimento impugnato, o – a seguito della modifica apportata all’art. 606.1, lett. c), c.p.p. dall’art. 8 della L. 20.2.2006, n. 46 – da “altri atti del procedimento specificamente indicati nei motivi di gravame”. Il che comporta – quanto al vizio di manifesta illogicità -, per un verso, che il ricorrente deve dimostrare in tale sede che l’iter argomentativo seguito dal giudice è assolutamente carente sul piano logico e che, per altro verso, questa dimostrazione non ha nulla a che fare con la prospettazione di un’altra interpretazione o di un altro iter, quand’anche in tesi egualmente corretti sul piano logico; ne consegue che, una volta che il giudice abbia coordinato logicamente (come peraltro verificatosi nella fattispecie in esame) gli atti sottoposti al suo esame, a nulla vale opporre che questi atti si presterebbero ad una diversa lettura o interpretazione, ancorché, in tesi, munite di eguale crisma di logicità (cfr. Cass., Sez. Un., 27.9.1995, n. 30). Quanto, al primo profilo di doglianza, col quale si censura, la logicità e congruenza del percorso motivazionale esplicitato dalla gravata sentenza e si assume l’erronea applicazione della legge penale e di altre norme giuridiche che avrebbe indotto la Corte distrettuale ad attribuire al L. la qualifica di datore di lavoro di fatto della vittima, appare opportuno innanzitutto richiamare, ad evitare inutili ripetizioni, quanto succintamente esposto in narrativa, circa gli assunti motivazionali della gravata sentenza. Va poi altresì sottolineato che, con argomentazioni ineccepibili e coerentemente basate sull’inequivoco enunciato dei due provvedimenti amministrativi in atti (Deliberazioni della Giunta municipale del Comune di Motta S. Giovanni in data 29 ottobre 1998 e del Sindaco in data 9 marzo 1999) la Corte distrettuale ha individuato nell’imputato la qualifica di datore di lavoro responsabile del servizio di nettezza urbana, atteso anche il disposto affidamento allo stesso, di autonomia gestionale; ciò in conformità all’art.2 d.lgs. n. 626 del 1994, come sostituito dal D.L. n. 242 del 1996. L’esecutività e definitività di detti provvedimenti (ed in particolare della deliberazione del Sindaco) anche in riferimento all’assegnazione della relativa autonomia gestionale, nell’ambito degli stanziamenti di bilancio “in relazione alle incombenze di cui alle norme sulla sicurezza del lavoro” priva in radice di ogni fondatezza le obiezioni del ricorrente in ordine al difetto di attribuzione di un effettivo potere di spesa fino all’adozione del Piano esecutivo di gestione (P.E.G.) che comunque non avrebbe per nulla potuto condizionare l’adempimento degli obblighi antinfortunistici, giusta le omissioni ascrittegli nel capo di imputazione, per non aver vigilato sull’uso delle cinture e dei caschi di sicurezza e per aver destinato alle mansioni di netturbino un soggetto fisicamente non idoneo che peraltro,a richiesta della stessa Amministrazione comunale, aveva dovuto esibire, ai fini dell’assunzione, ulteriori e specifiche attestazioni di idoneità alle stesse mansioni, rilasciate dal dr. A.V. , specialista tra l’altro, in medicina sportiva. La Corte distrettuale ha quindi fatto corretta applicazione della specifica normativa, puntualmente recependo l’orientamento – consolidato e prevalente – della giurisprudenza di legittimità in tema di individuazione del dipendente pubblico titolare della qualifica di datore di lavoro, nell’ambito dell’organigramma degli enti pubblici territoriali, cui incombe l’osservanza dei precetti antinfortunistici (cfr. ex multis: Sez. 3 n. 19634 / 2003; Sez. 3 n. 47249 / 2005; Sez. 4 n. 34804/2010) restando in linea di principio, in tali casi, il sindaco invece esente da responsabilità (cfr. Sez. 3 n. 2297 / 1999 ). Né rileva in contrario, ad onta della tesi sostenuta dal ricorrente, il fatto che, come statuito dalla Sez. 1 civile (con la sentenza n.3452 / 2010) ed anche dalle Sezioni Unite civili di questa Corte (cfr. S.U. n. 22276 / 2004 ; S.U. n. 3/2007) chiamate a dirimere una controversia circa la spettanza degli emolumenti a soggetti impiegati nei c.d. lavori socialmente utili e circa la ripartizione della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo abbiano escluso la sussistenza, tra l’ente pubblico ed i singoli lavoratori, di un rapporto di lavoro subordinato, ravvisando unicamente un rapporto giuridico previdenziale, già evidenziato dalla dottrina giuslavoristica, fondato sul disposto dell’art. 38 Cost., nel cui ambito il lavoratore, che svolge un’attività volta alla realizzazione di un interesse di carattere generale, ha diritto ad emolumenti privi di natura retributiva, ma di natura previdenziale. Non pare invero possa dubitarsi che, sulla base dei principi di ordine generale in materia antinfortunistica, dalla circostanza – indiscussa – della prestazione di lavoro resa dalla vittima in favore dell’ente pubblico territoriale (nel caso di specie, Comune di Motta S. Giovanni dovesse conseguire l’obbligo, a carico del datore di lavoro (individuato, trattandosi di amministrazione pubblica, a norma dell’art. 2 D.l.vo n. 626 del 1994 come sostituito dal D.l. vo n. 242 del 1996), dell’osservanza della specifica normativa di prevenzione degli infortuni e di tutela della salute del prestatore di lavoro, introdotta dallo stesso d.lgs. n. 626 del 1994.
Quanto alla terza ed alla quarta censura (da trattarsi congiuntamente concernendo entrambe le specifiche condotte di colpose addebitata al L. ) va evidenziato che la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione delle richiamate disposizioni normative dandone conto con argomentazioni assolutamente congrue e condivisibili. Ma pertanto la Corte distrettuale in particolare sottolineato che l’imputato:
1. per grave imprudenza ed in violazione del disposto dell’art. 4, comma 5 lett. c) d.lgs. n. 626 del 1994 aveva adibito il C. alle mansioni di netturbino – che comportavano lo stazionamento del lavoratore, in equilibrio ed in piedi, sulla pedana posteriore dell’autocompattatore in movimento, benché affetto da postumi di poliomielite tali da comprometterne la stazione eretta e le capacità prensili dell’arto superiore destro (tanto da esser conosciuto con l’epiteto dialettale di: “ciunco” ovverosia di zoppo) sì da esigere, ai fini del completamento della procedura di assunzione, l’esibizione di un ‘ ulteriore certificazione medica di idoneità, invero di contenuto generico e comunque non rilasciata da un medico competente ex lege 626 del 1994,ma da medico, come già rilevato,specialista in medicina sportiva;
2. versando in generica negligenza ed incorrendo nella violazione dell’art. 4, comma 5 lett. f) D.l.vo n. 626 del 1994, aveva omesso di istruire i lavoratori e di vigilare sull’impiego dei mezzi di sicurezza individuali ed in particolare delle cinture di sicurezza (art. 4 d.P.R. n.547 del 1955), di cui l’autocompattatore era pacificamente dotato (sulle quali, come riscontrato de visu da Ufficiale di P.G., si era formato, dalla parte esterna, uno strato di polvere, a dimostrazione del loro, ” ordinario ” non utilizzo; ciò a prescindere logicamente dall’esistenza di nodi più o meno fortemente serrati) come comprovato dalla deposizione del teste Ve. (collega di lavoro della vittima che si trovava anch’egli, al momento dell’incidente, in servizio sullo stesso auto compattatore) che aveva riferito di mere raccomandazioni rivolte loro dal L. sull’uso delle cinture di sicurezza, senza far luogo a controlli specifici od “a sorpresa” sul luogo di lavoro; che aveva ammesso il saltuario uso delle cinture stesse mentre operava sulla pedana dell’autocompattatore e che, nel caso di specie, non si era curato, prima di dare all’autista il segnale di partenza convenuto, di verificare che la vittima fosse perfettamente imbracata;
3. per non aver altresì vigilato, (così omettendo colposamente gli specifici e già richiamati obblighi a tutela della incolumità dei lavoratori) sull’impiego dei baschetti presenti sull’autocompattatore e preordinati alla salvaguardia di eventuali lesioni al capo, mai indossati durante il lavoro svolto a bordo dell’autocompattatore, come era emerso dalle dichiarazioni del teste Ve. , non smentite da alcuna diversa emergenza processuale, ben potendo aver rivestito efficacia concausale rispetto all’evento, l’omesso impiego del casco protettivo, attesoché il decesso del C. fu dovuto a trauma cranico.
Ha inoltre la Corte d’appello escluso, attenendosi anche sul punto alla consolidata giurisprudenza di legittimità, che l’omesso impiego delle cinture di sicurezza (il cui uso, attesa la ricostruzione dell’infortunio nei termini sopraricordati, avrebbe pacificamente impedito la caduta del C. e quindi l’evento letale conseguitone) abbia costituito un comportamento anomalo ed imprevedibile tale da interrompere il nesso di causa con le evidenziate omissioni ascrivibili a colpa dell’imputato.
Infatti, poiché la normativa antinfortunistica risulta finalizzata a tutelare il lavoratore anche in ordine ad incidenti che possano derivare da una sua negligenza, imprudenza ed imperizia, la responsabilità del datore di lavoro può esser esclusa solo in presenza di “un comportamento del lavoratore stesso che presenti i caratteri dell’eccezionalità, dell’abnormità, dell’esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle precise direttive organizzative ricevute, che sia del tutto imprevedibile od inopinabile” (cfr. ex multis: Sez. 4 n. 38877 del 29 settembre 2005 – dep. 21 ottobre 2005 – imp. P.C. in proc. Fani; Sez. 4 n. 21587 del 23 marzo 2007 – dep. 1 giugno 2007 – imp. Pelosi). Solamente quindi “un comportamento anomalo del lavoratore”; “estraneo al processo produttivo od alle mansioni attribuite”; “ontologicamente avulso da ogni ipotizzarle intervento e prevedibile scelta del lavoratore” (Sez. 4 n. 38850 del 23 giugno 2005 – dep. 21 ottobre 2005 – imp. Minotti) può rivestire il ruolo di causa sopravvenuta, da sola sufficiente a cagionare l’evento, interrompendo il nesso di causa sì da condurre ad escludere la responsabilità del datore di lavoro.
Ora, nel caso di specie, la non occasionalità della condotta, pur negligente ed imprudente, posta in atto dalla vittima nell’ambito dell’espletamento delle mansioni a lei demandate in relazione alle direttive comunque ricevute ed alla materiale dotazione sull’autocompattatore dei mezzi di sicurezza individuali vale ad escludere che si versi in ipotesi di condotta abnorme, imprevedibile, eccezionale ed avulsa dalle operazioni cui il lavoratore era in concreto addetto. In conclusione deve rilevarsi che, ove l’imputato non fosse venuto meno ai propri doveri di vigilanza e di controllo riconnessi alla posizione di garanzia rivestita, l’evento sarebbe stato evitato, essendo peraltro del tutto prevedibile la violazione comportamentale commessa dal lavoratore.
Al rigetto del ricorso agli effetti civili consegue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese di questo giudizio, in favore delle costituite parti civili, come in dispositivo liquidate.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata agli effetti penali perché estinto il reato per prescrizione.
Rigetta il ricorso agli effetti civili e condanna il ricorrente alla rifusione in favore delle costituite parti civili, delle spese di questo giudizio che, unitariamente e complessivamente, liquida in Euro 1.800,00, oltre spese generali, IVA e CPA, come per legge.
Depositata in Cancelleria il 28.09.2011