macchine

La sicurezza delle macchine in edilizia

Fonte: www.puntosicuro.it

Nel settore dell’edilizia e dei cantieri temporanei o mobili gli aspetti legati all’uso delle attrezzature di lavoro, e in particolare delle macchine, assumono una rilevanza particolare nell’ambito della valutazione dei rischi che il datore di lavoro è tenuto a svolgere, soprattutto in relazione alla capillare diffusione di piccole macchine potenzialmente pericolose (smerigliatrici, seghe da cantiere, impastatrici, ecc.) e alla gravità degli infortuni che possono derivare dall’uso di alcune specifiche tipologie (piattaforme di lavoro elevabili e altre macchine di sollevamento, macchine per scavo e movimento terra, ecc.).

Nell’intento di contribuire alla sensibilizzazione su comportamenti sicuri, all’adozione di procedure tecnico-operative efficaci, nonché alla corretta applicazione degli obblighi imposti dal Titolo III del DLgs 81/08 e ss.mm.ii. verranno quindi affrontati aspetti di particolare rilevanza per diverse famiglie di macchine impiegate nei cantieri edili.

Per esse verranno trattati anche aspetti normativi e di carattere tecnico-costruttivo, laddove l’evoluzione dello stato dell’arte o particolari criticità rilevate nell’ambito dell’attività svolta per la sorveglianza del mercato relativa alle macchine ne abbiano evidenziato l’opportunità, ai fini di fornire informazioni utili al datore di lavoro che deve mettere a disposizione dei lavoratori macchine sicure ovvero al fabbricante che deve immetterle sul mercato.

 

Gli atti del convegno:

Attrezzature di lavoro per l’edilizia: requisiti di sicurezza e misure di prevenzione (Enrico Maria Ognibeni – GdL Edilizia-Comitato Tecnico Interregionale/PISLL)

Macchine per preparazione e posa in opera di conglomerati cementizi e malte (Leandro Bandini/Gualberto Aglietti – Delegati ANIMA – UCOMESA Associazione costruttori macchine edili, stradali, minerarie e affini )

Macchine utensili impiegate in edilizia (fabio Pera – INAIL– DTS/ex ISPESL)

L’evoluzione della normativa tecnica nel settore degli apparecchi di sollevamento a livello europeo ed internazionale (Roberto Cianotti – UNI Commissione apparecchi di sollevamento)

Macchine per il sollevamento (Maria Nice Tini – INAIL– DTS/ex ISPESL)

Macchine per costruzioni stradali, scavo e movimento terra (Antonella Pireddu / Sara Anastasi – INAIL– DTS/ex ISPESL / INAIL – DCC/ex ISPESL)

Macchine e impianti per la produzione industriale di prodotti da costruzione e componenti edilizi (Luigi Monica – INAIL– DTS/ex ISPESL)

Accertamenti tecnici per la sorveglianza del mercato delle macchine impiegate in edilizia (Luciano Di Donato – INAIL– DTS/ex ISPESL)

Considerazioni sull’applicazione del titolo III del Dlgs 81/08 (Tiziano Ficcadenti – GdL Macchine-Comitato Tecnico Interregionale)

 

 

Fonte: Inail/Ispesl

Modifiche a “linee di macchine” e dichiarazione di conformità

Fonte: http://www.puntosicuro.it/

Modifiche rilevanti a “linee di macchine”, già singolarmente certificate CE: destinatari e contenuti degli obblighi in tema di dichiarazione CE di conformità

Occorre premettere che la normativa attualmente in vigore in tema di immissione sul mercato e messa in servizio di macchine (la c.d. “ Direttiva macchine”, tanto nella sua attuale formulazione – recepita in Italia con DLgs 17/10 – quanto in quella precedente) individua il fabbricante (nell’accezione di cui all’art. 2 DLgs 17/10), nonché il suo mandatario, quale unici soggetti giuridicamente responsabili della procedura che va dalla valutazione della conformità alla apposizione della marcatura CE.

Al fine di correttamente esaminare il tema, è necessario, dunque, verificare cosa si intenda per “fabbricante” ai sensi della direttiva macchine.

L’art. 2 del DLgs 17/10 definisce il fabbricante come la: “persona fisica o giuridica che progetta e/o realizza una macchina o una quasi macchina … in mancanza di un fabbricante come sopra definito, è considerato fabbricante la persona fisica o giuridica che immette sul mercato o mette in servizio una macchina o una quasi-macchina oggetto del presente decreto legislativo”.

In altre parole, il legislatore comunitario (e, di conseguenza, quello italiano) stabilisce che, nell’ipotesi in cui non sia possibile individuare, in relazione ad una determinata macchina, il soggetto che la ha fisicamente progettata e/o realizzata, il criterio per la determinazione del destinatario dei doveri inerenti la sua conformità debba essere individuato nell’ “immissione sul mercato”.

Ciò detto, occorre logicamente indagare la portata del concetto di immissione sul mercato. Sul tema, si rinviene una certa differenza tra la definizione dell’abrogato DPR 459/96 e quella contenuta nel DLgs 17/10:

Mentre il primo forniva una definizione particolarmente dettagliata del concetto: “la prima messa a disposizione sul mercato dell’unione europea, a titolo oneroso o gratuito, di una macchina o di una componente di sicurezza per la distribuzione o l’impiego. Si considerano altresì immessi sul mercato la macchina o il componente di sicurezza messi a disposizione dopo aver subito modifiche costruttive non rientranti nella ordinaria o straordinaria amministrazione”, l’attuale art. 2 lett. h) del DLgs 17/10, più sinteticamente, definisce la immissione sul mercato come: “la prima messa a disposizione di una macchina all’interno della comunità a fini di distribuzione o utilizzazione”.

L’art. 71 comma 5 del DLgs 81/08 fornisce un utile spunto di riflessione affermando che: “le modifiche apportate alle macchine per migliorarne le condizioni di sicurezza in rapporto alle previsioni del comma 1, ovvero del comma 4 lettera a ) numero 3 non si configurano immissione sul mercato, sempre che non comportino modifiche delle modalità di utilizzo e delle prestazioni”.

Alla luce dei rilievi di cui sopra, può concludersi che la modifica rilevante delle caratteristiche costruttive della macchina (intendendosi con quest’ultimo termine anche l’ “insieme di macchine e di apparecchi che, per raggiungere un risultato determinato sono disposti e comandati in modo da avere un funzionamento solidale”) comporti l’assunzione della qualifica di “fabbricante” da parte del soggetto che si sia attivato in tal senso.

Dunque, allorché una macchina (intesa, nel senso esteso di cui sopra, anche quale “linea”) sia sottoposta ad una modifica che ne alteri le condizioni di utilizzo (non rientrante nella ordinaria o straordinaria manutenzione) dovrà essere sottoposta, da colui che si configuri come “fabbricante”, al processo valutativo di cui all’art. 9 del DLgs 17/10.

Nell’ipotesi di modifiche (aggiunta di macchine, eliminazione di macchine o modifica di macchine) a linee già certificate in origine dal costruttore, il soggetto che realizza l’intervento viene a configurarsi quale “fabbricante” delle stesse, assumendo, così gli oneri dei quali questa figura giuridica (poiché destinataria di una posizione di garanzia ex art. 40 cpv c.p.) è destinataria a norma di legge. Di conseguenza, ai sensi dell’art. 9, ha il dovere di attivare la procedura di valutazione della conformità.

Sul tema, l’art. 5 della direttiva 2006/42/CE, confluito nell’art. 3 del DLgs 17/10, stabilisce che: “Il fabbricante o il suo mandatario, prima di immettere sul mercato e/o mettere in servizio una macchina: A) si accerta che soddisfi i pertinenti requisiti essenziali di sicurezza e di tutela della salute indicati dall’allegato I; B) si accerta che il fascicolo tecnico di cui all’allegato VII, parte A, sia disponibile; C) fornisce in particolare le informazioni necessarie, quali ad esempio le istruzioni; D) espleta le appropriate procedure di valutazione della conformità ai sensi dell’art. 12; E) redige la dichiarazione CE di conformità ai sensi dell’allegato II, sezione A, e si accerta che accompagni la macchina; F) appone la marcatura CE”.

Alla luce del contenuto della citata disposizione normativa, può affermarsi che il processo che porta alla messa sul mercato od in servizio di una macchina si compone di tre fasi: 1) “valutazione”, 2) “dichiarazione di conformità” 3) “marcatura”.

Mentre i processi di “dichiarazione di conformità” e di “marcatura” rilevano fondamentalmente sotto il profilo formale, al fine di individuare senza dubbio il soggetto su cui ricade la responsabilità giuridica della immissione sul mercato, la “valutazione” rappresenta la fase essenziale del processo, essendo finalizzata alla verifica della conformità della macchina rispetto al contenuto della direttiva.

L’art. 9 della predetta normativa italiana, disciplina modalità di valutazione della conformità differenti, applicabili dal fabbricante o dal suo mandatario, a seconda che si tratti di macchina contenuta, o meno, nell’allegato IV.

Nell’ipotesi in cui la macchina sia contemplata dall’allegato IV, la direttiva europea prevede tre modalità di valutazione alternative tra loro: la procedura con controllo interno, oppure la procedura di esame per la certificazione CE del tipo di cui all’allegato IX, ovvero la procedura di garanzia di qualità totale di cui all’allegato X.

In particolare, l’esame CE del tipo avviene attraverso una verifica ed un’attestazione di conformità rilasciata da un organismo notificato su di un modello rappresentativo di una macchina.

All’esito della verifica, l’organismo notificato, prescelto dal fabbricante, rilascia l’attestato di esame CE del tipo contenente, tra gli altri, i dati di identificazione del modello approvato, le conclusioni dell’esame e le condizioni di validità dell’attestato.

Occorre osservare che, a prescindere dal necessario contributo dell’organismo notificato nella procedura di valutazione, la responsabilità giuridica connessa con l’immissione in servizio o sul mercato continua a gravitare sul fabbricante, quale unico referente in relazione al rispetto della conformità alle disposizioni della direttiva.

Nel caso in cui la macchina non rientri invece nell’elenco di cui al suddetto allegato, si applica la procedura – semplificata – di valutazione con controllo interno sulla fabbricazione prevista all’allegato VIII.
In tale ipotesi è dunque il fabbricante ad essere onerato dal processo di controllo, senza necessità di coinvolgere, pur nell’accezione di cui sopra, l’organismo notificato.

Peraltro, il comma 3 dell’art. 5 della direttiva 2006/42/CE stabilisce che il fabbricante o il suo mandatario, ai fini delle procedure di cui all’art. 12, possa disporre o usufruire dei mezzi necessari ad accertare la conformità della macchina ai requisiti essenziali di sicurezza e di tutela della salute di cui all’allegato I.

Anche nella suddetta ipotesi, dunque, il fabbricante può avvalersi, nella procedura di valutazione di cui all’art. 12, del contributo di un ente terzo specializzato.

L’attività dell’ente, in questo caso, si configura come mera consulenza e prende il nome, nella prassi, di “attestazione CE di tipo, volontaria”; si definisce “volontaria” proprio in quanto non prescritta dalla legge. Il valore di tale attestazione è dunque quello di una consulenza sullo “stato dell’arte” della macchina analizzata.

Tuttavia, l’ente, pur eventualmente rilasciando una “certificazione” in relazione all’attività svolta, non assume alcuna posizione giuridica rispetto all’effettivo rispetto dei requisiti previsti dalla normativa in relazione alla macchina “verificata” e, comunque, non può sostituirsi, in tema di responsabilità giuridica, al firmatario della dichiarazione CE che, come previsto dall’allegato II della direttiva 2006/42/CE, può essere solo il fabbricante o altro soggetto, in suo nome.

In conclusione – pur essendo previsto, possibile e, in alcuni casi, consigliabile – l’intervento dell’ente terzo nella procedura di verifica della macchina, ciò non può mai costituire valida esimente della responsabilità di tipo pubblicistico (anche penale) prevista per legge in capo al fabbricante per l’immissione sul mercato od in servizio della macchina; al più, un eventuale inadempimento contrattuale dell’ente terzo nella realizzazione della propria prestazione avrà rilevanza ai soli fini civilistici.

Le responsabilità rimangono comunque principalmente in capo a chi redige e sottoscrive la dichiarazione CE di conformità della macchina, in quanto soggetto rilevante giuridicamente ai fini dell’identificazione del fabbricante ai sensi della direttiva macchine.

Completamente diverso è, invece, il caso in cui il soggetto terzo realizzi materialmente le modifiche della macchina; in tal caso, venendosi questo a configurare quale fabbricante, sarà abilitato alla redazione materiale della dichiarazione CE e se ne assumerà, di conseguenza, la relativa responsabilità.

Ulteriore ipotesi è quella rappresentata dal caso in cui la linea oggetto delle modifiche venga utilizzata all’interno dell’ambiente di lavoro del medesimo soggetto; qui l’obbligo del fabbricante, circa la valutazione della conformità delle macchine, assume una duplice connotazione, piuttosto peculiare.

Da una parte, infatti, il soggetto che apporta le modifiche, quale fabbricante ex direttiva macchine, assume gli obblighi di valutazione e di certificazione delle macchine.
Dall’altra, configurandosi anche quale utilizzatore delle macchine, nei confronti dei lavoratori cui l’attrezzatura di lavoro viene affidata, e nella persona del soggetto che ricopre la veste di datore di lavoro, è destinatario degli obblighi discendenti dalla disciplina in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In particolare quelli dettati dal titolo III, che impongono al datore di lavoro di mettere a disposizione dei lavoratori attrezzature conformi ai requisiti di cui all’articolo 69, idonee ai fini della salute e sicurezza e adeguate al lavoro da svolgere.

Francesco Piccaglia De Eccher

La valutazione dei rischi nella progettazione delle macchine

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Indicazioni per un’adeguata valutazione dei rischi per le macchine da immettere sul mercato. La normativa europea, le definizioni, l’uso previsto di una macchina, le informazioni e i fattori rilevanti per la stima del rischio.

Torino, 29 Ago – Affrontare il tema della sicurezza delle macchine e di tutte le strategie possibili di prevenzione dei rischi è un dovere per tutti gli enti, le associazioni e gli organi di informazione che hanno come finalità la diffusione della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Dopo esserci recentemente occupati di schede macchina, di acquisto di macchine conformi, di rischi occulti, di macchine per il sollevamento e per l’ imballaggio, oggi ci soffermiamo su uno dei momenti fondamentali per l’efficacia di ogni politica di prevenzione: la valutazione dei rischi.
Nel convegno « La centralità della Valutazione dei rischi nella prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali» – un convegno organizzato dalla ASL TO 3 che si è svolto il 28 aprile 2011 ad Avigliana (TO) – un intervento ha affrontato proprio il tema della valutazione in riferimento alle macchine e alla progettazione.

In “ La valutazione dei rischi nella progettazione delle macchine”, a cura dell’Ing. Marco Vigone, si sottolineano innanzitutto alcune indicazioni normative dell’Unione Europea.
Ad esempio si ricorda che la direttiva 2006/42/CE prescrive che il fabbricante o il suo mandatario dovrebbe “garantire che sia effettuata una valutazione dei rischi per la macchina che intende immettere sul mercato. A tal fine egli dovrebbe stabilire quali siano i requisiti essenziali di sicurezza e di tutela della salute applicabili alla sua macchina e per i quali dovrà adottare provvedimenti”.

L’autore riporta alcune utili definizioni sul tema della sicurezza delle macchine:
-pericolo: fonte di possibili lesioni o danni alla salute;
-evento pericoloso: evento in grado di causare un danno;
-situazione pericolosa: qualsiasi situazione in cui una persona è esposta almeno ad un pericolo;
-rischio: combinazione di probabilità e gravità di possibili lesioni o danni alla salute in una situazione pericolosa;
-danno: lesione fisica e/o attentato alla salute o ai beni;
-rischio residuo: il rischio che sussiste quando le misure di sicurezza sono state prese;
-valutazione del rischio: valutazione globale della probabilità e della gravità di possibili lesioni o danni alla salute che si possono verificare in una situazione pericolosa, al fine di scegliere le adeguate misure di sicurezza;
-misure di sicurezza: misure destinate al raggiungimento della riduzione dei rischi;
-sicurezza di una macchina: capacità di una macchina di svolgere la sua funzione, di essere trasportata, installata, regolata, mantenuta, smantellata ed eliminata nelle condizioni d’uso previsto specificate nel manuale di istruzioni (e, in alcuni casi, in un dato periodo di tempo indicato nel manuale stesso) senza provocare lesioni o danni alla salute.

L’autore riporta alcune indicazioni relative all’uso previsto di una macchina, cioè all’uso di una macchina “in conformità alle informazioni fornite nelle istruzioni per l’uso (UNI EN ISO 12100 p.to 3.23)”: “l’uso previsto implica anche il rispetto delle istruzioni tecniche contenute nel manuale di istruzioni, e la presa in considerazione dell’uso scorretto che è ragionevole prevedere.”
In particolare per ciò che riguarda il prevedibile uso scorretto, “si dovrebbe, nella valutazione dei rischi, prendere in particolare considerazione i seguenticomportamenti:
– il comportamento scorretto prevedibile che risulta da una trascuratezza normale e non dal deliberato proposito di usare la macchina in modo scorretto (si veda anche la UNI EN ISO 12100 p.to 3.24);
– la reazione istintiva di una persona durante l’uso, in caso di disfunzioni, incidenti, guasti, ecc.;
– il comportamento che deriva dalla ‘linea di minor resistenza’ durante lo svolgimento di un compito;
– il comportamento prevedibile di alcune persone, quali i bambini o i disabili, per alcune macchine (specialmente quelle a uso non professionale)”.

In merito al processo di valutazione dei rischi, la relazione sottolinea alcune “informazioni utili per la stima dei rischi”. Ad esempio i limiti della macchina, le fasi di ‘vita’ della macchina, il piano di progettazione o altri mezzi per definire la natura della macchina, la natura delle alimentazioni energetiche, la statistica degli incidenti o degli infortuni, …
Si ricorda inoltre che il rischio, relativo al fenomeno pericoloso considerato, è una funzione della gravità del danno possibile per il fenomeno pericoloso considerato e della probabilità che si verifichi il danno.

Questi gli aspetti da considerare nella determinazione degli elementi di rischio:
– “persone esposte;
– tipo, frequenza e durata dell’esposizione;
– rapporto tra esposizione e gli effetti;
– fattori umani;
– affidabilità delle funzioni di sicurezza;
– possibilità di neutralizzare o eludere le misure di sicurezza;
– capacità di mantenere le misure di sicurezza;
– informazioni per l’uso”.

Riguardo poi al raggiungimento degli obiettivi di riduzione del rischio, la riduzione dei rischi “può essere conclusa se:
– il pericolo è stato eliminato o il rischio ridotto mediante: a) progettazione – sostituzione con materiali meno pericolosi; b) protezioni.
– la protezione scelta è sicura per l’uso inteso;
– il tipo di protezione è adeguato all’applicazione in termini di: a) possibilità di neutralizzazione ed elusione; b) gravità del danno; c) ostacolo nello svolgimento del compito richiesto;
– le informazioni sull’uso della macchina sono chiare;
– le procedure operative sono coerenti con le capacità dell’utilizzatore;
– i metodi di lavoro sono adeguatamente descritti;
– l’utilizzatore è informato sui rischi residui;
– è descritta l’eventuale necessità di DPI”.

Rimandandovi alla lettura del documento agli atti, che riporta altre indicazioni e anche immagini esemplificative della stima dei rischi, ricordiamo che la stima di un rischio è un processo che presuppone:
– l’analisi del rischio (“determinazione dell’uso previsto della macchina; identificazione dei pericoli; stima dei rischi);
– la valutazione del rischio.

Questi, per concludere, i fattori rilevanti per la stima di un rischio:
– “gravità del possibile danno;
– frequenza e durata dell’esposizione al pericolo;
– probabilità dell’evento che può causare un danno;
– possibilità tecniche o umane di evitare o limitare il danno”.

“ La valutazione dei rischi nella progettazione delle macchine”, a cura dell’Ing. Marco Vigone (Presidente Commissione “Sicurezza” UNI – Milano; Ex Rapporteur Settore “Sicurezza e Salute sul posto di lavoro” CEN – Bruxelles; Amministratore Delegato IEC Srl – Torino), intervento al convegno «La centralità della Valutazione dei rischi nella prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali» (formato PDF, 239 kB).

Impianti industriali: responsabilità di fabbricanti e datori di lavoro

Fonte: puntosicuro.it

Modena, 26 Mag – Con questo articolo presentiamo un nuovo seminario organizzato da MECQ srl e COGITA srl che si è tenuto durante la Convention “Ambiente Lavoro” di Modena nel mese di ottobre 2010.
Dopo aver parlato di manutenzione di macchine e attrezzature, di formazione, di gestione dei contratti d’appalto , di piani di miglioramento e di acquisto di macchine ci soffermiamo oggi su un seminario relativo alla sicurezza degli impianti industriali.

Nell’incontro dal titolo “La sicurezza degli impianti industriali alla luce delle norme sulla affidabilità dei sistemi di comando e controllo (EN 62061, EN 61508, EN 61511): responsabilità del fabbricante e del responsabile di esercizio” si ricorda che secondo gli articoli 28 e 69 del Decreto legislativo 81/2008 è previsto l’obbligo del datore di lavoro di eseguire la valutazione dei rischi anche per gli impianti; alcuni dei quali, tuttavia, a volte “non si configurano fin dall’origine come impianti veri e propri, ma lo diventano nel tempo per esigenze di produzione o per interventi di manutenzione, attraverso trasformazioni tecniche implementate direttamente dal responsabile di esercizio”.

Come per gli altri seminari, il tema è trattato in relazione all’ efficacia esimente della responsabilità amministrativa ( D.lgs. 8 giugno 2001 n. 231) e in questo senso l’incontro affronta le “modalità pratiche di definizione del processo di controllo delle modifiche tecniche agli impianti in accordo a quanto previsto dalle norme di riferimento del Safety Integrity Level (SIL)”.

Per comprendere la suddivisione delle responsabilità il seminario innanzitutto sottolinea che attrezzature di lavoro e macchine non sono la stessa cosa.
I principali riferimenti normativi sono:
– per le attrezzature di lavoro, il D.Lgs. 81/2008 – TITOLO III – CAPO I Macchine, impianti, attrezzi ecc. con cui si lavora (inclusa la manutenzione);
– per le macchine, la Direttiva 2006/42/CE (D.Lgs. 17/2010) – Macchine, “ quasi macchine” e componenti di sicurezza.
Vediamo, in estrema sintesi, le responsabilità del datore di lavoro:
– “se la attrezzatura è marcata CE si applicano il capo I (del titolo III) e l’allegato VI;
– se la attrezzatura non è marcata CE si applicano il capo I (del titolo III), l’allegato VI e l’allegato V;
– quindi agli ‘impianti’ (non CE) si applica l’allegato V”.
In pratica in caso di attrezzatura marcata CE “il datore di lavoro è responsabile solo del corretto uso /manutenzione”. Se non c’è il marchio CE “il datore di lavoro è responsabile anche degli aspetti tecnici della sicurezza (questo non esime il progettista dalla propria responsabilità – D.Lgs. 81/2008 art. 23).
Quindi, a seconda dei casi, “la responsabilità della sicurezza non è necessariamente del fabbricante ma è sicuramente:
– del progettista;
– dell’ installatore (limitatamente alla corretta installazione);
– del datore di lavoro”.
Difficile dire a priori come le responsabilità sono suddivise, “risultano determinanti i contratti e le relative specifiche”.

Cosa rischia l’azienda utilizzatrice in relazione al D.Lgs. 231/2001?
“Se per carenze di sicurezza non rilevate, che ricadono sotto la responsabilità del datore di lavoro, e quindi della azienda utilizzatrice e in assenza di un modello organizzativo accadesse un infortunio la azienda si troverebbe a violare l’art. 30 comma 1 lettere a), b) e c)”.

Articolo 30 – Modelli di organizzazione e di gestione
1. Il modello di organizzazione e di gestione idoneo ad avere efficacia esimente della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica di cui al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, deve essere adottato ed efficacemente attuato, assicurando un sistema aziendale per l’adempimento di tutti gli obblighi giuridici relativi:
a) al rispetto degli standard tecnico-strutturali di legge relativi a attrezzature, impianti, luoghi di lavoro, agenti chimici, fisici e biologici;
b) alle attività di valutazione dei rischi e di predisposizione delle misure di prevenzione e protezione conseguenti;
c) alle attività di natura organizzativa, quali emergenze, primo soccorso, gestione degli appalti, riunioni periodiche di sicurezza, consultazioni dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza;

Riguardo agli aspetti tecnici e ai rischi di cui tener conto si è sottolineato un estratto (fondamentale) dell’allegato V (attrezzature non CE) secondo cui i sistemi di comando “devono essere sicuri ed essere scelti tenendo conto dei guasti, dei disturbi e delle sollecitazioni prevedibili nell’ambito dell’uso progettato dell’attrezzatura”.
In pratica è importante la scelta di una funzione di comando adeguatamente affidabile per gli aspetti di sicurezza.

Sempre in relazione agli aspetti tecnici viene presentata una rassegna di utili norme di riferimento e definizioni:
– “IEC 62061 Sicurezza del macchinario – Sicurezza funzionale dei sistemi di comando e controllo elettrici, elettronici ed elettronici programmabili correlati alla sicurezza;
– IEC 61511 Sicurezza funzionale – Sistemi strumentali di sicurezza per il settore dell’industria di processo (Parte 1: Struttura, definizioni, sistema, prescrizioni per l’hardware e il software);
– Serie IEC 61508 Sicurezza funzionale dei sistemi elettrici, elettronici ed elettronici programmabili per applicazioni di sicurezza;
– Metodologia HAZOP: (HAZard and OPerability analysis) metodo in cui i pericoli sono identificati e indagati sulla base di deviazioni, siano esse accidentali o meno, di parametri chiave, caratteristici del processo in esame;
– Metodologia LOPA: (Layer of Protection Analysis) metodo in cui partendo generalmente da una analisi HAZOP, riesce a individuare la probabilità di guasto su domanda di tutti i livelli di protezione indipendenti (allarmi, valvole di sicurezza, rischi di scoppio, sistemi di rilevazione gas, sistemi antincendio, etc.);
– SIL: (Safety Integrity Level): parametro che misura la performance della funzione di sicurezza strumentale”.

Il seminario si chiude con un breve riepilogo:
– “ nelle macchine marcate CE possono esserci parti di impianto non marcate;
– qualcuno deve garantire la sicurezza anche di queste parti e delle funzioni che svolgono;
– chi lo deve fare? Solo un buon contratto può chiarire univocamente “chi fa cosa”;
– è comunque necessaria una verifica di conformità e una valutazione dei rischi;
– se ci sono rischi a livello plant (di impianto, ndr) è necessario un attento studio delle funzioni di sicurezza;
– deve essere definito il processo che garantisce la sicurezza a livello plant (new plant): una procedura che definisca il processo e le responsabilità (dalle specifiche al collaudo);
– devono essere gestiti anche i cambiamenti a livello plant: una procedura per la gestione dei cambiamenti (dalla idea al collaudo);
– in caso contrario si manca il rispetto dell’articolo 30 del D.Lgs. 81/2008 e in caso di infortunio ‘scatterebbe’ la 231”.

“ La sicurezza degli impianti industriali alla luce delle norme sulla affidabilità dei sistemi di comando e controllo (EN 62061, EN 61508, EN 61511): responsabilità del fabbricante e del responsabile di esercizio”, a cura di Francesco Rosatti (MECQ S.r.l.) e Alessandro Mazzeranghi (MECQ S.r.l.), intervento all’omonimo seminario informativo del 7 ottobre 2010 (formato PDF, 208 kB).

D.Lgs. 231/01: lo spettro dell’incriminazione per macchine non conformi

Fonte: www.puntosicuro.it

Le macchine non conformi, l’art. 517 del codice penale e la responsabilità amministrativa degli enti

Di Stefano Lorenzo Antiga, Stefano Barlini e Ugo Fonzar

1. Premessa

Il presente documento nasce dalla esigenza di dare una risposta alla domanda: “Cosa rischia il fabbricante e/o commerciante di prodotti non conformi alla luce delle previsioni contenute nel D.Lgs. 231/01, oltre ai rischi discendenti dalla normativa di settore?”.

In questa sede gli Autori si concentreranno, in particolar modo, sul tema dei prodotti definiti “macchine”, con riferimento anche al recente D.Lgs. 17/2010 (che ha recepito in Italia la c.d. Direttiva Macchine 2006/42/CE, la quale, a sua volta, ha abrogato la Direttiva 98/37/CE nonché il D.P.R. 459/96). Le considerazioni che seguiranno, tuttavia, possono essere estese ad altri tipi di prodotti.

Il tema è molto importante, in quanto oltre alle “classiche violazioni” 1 vanno prese in considerazione le possibili conseguenze penalistiche, derivanti dalla sopra descritta condotta, nonché le prospettive di corresponsabilizzazione dell’ente ai sensi del D.Lgs. 231/01, in particolare a seguito delle recenti novelle che hanno esteso il catalogo dei reati presupposto.

Va detto, in primis, che la progettazione, la costruzione e la vendita di macchine deve rispettare le direttive di prodotto comunitarie con i requisiti essenziali di sicurezza ivi riportati e, se del caso, le norme tecniche armonizzate che, se utilizzate, comportano una presunzione di conformità ai requisiti essenziali di sicurezza alle quali si riferiscono (cfr. art. 4 co. 2 del D.Lgs. 17/2010).

L’applicazione delle norme armonizzate che conferiscono una presunzione di conformità è sempre volontaria. Il fabbricante può decidere se far riferimento alle norme armonizzate o meno; se tuttavia decide di non farlo, è tenuto a dimostrare che i suoi prodotti sono conformi ai requisiti essenziali ricorrendo ad altri mezzi a sua scelta (ad esempio, attraverso l’applicazione di specifiche tecniche esistenti). Se il fabbricante applica solo una parte di una norma armonizzata o se la norma armonizzata applicabile non riguarda tutti i requisiti essenziali, la presunzione di conformità vale solo nella misura in cui la norma corrisponde ai requisiti essenziali 2.

Vista l’ampia gamma di soggetti interessati (fabbricanti, consulenti, enti di controllo, legali, tecnici, progettisti, venditori ecc.) e l’impatto delle considerazioni che seguono, si attendono contributi e osservazioni onde migliorare quanto scritto.

2. L’iter CE e le macchine non conformi

Il mercato dei prodotti in Europa, da molti anni, sta perseguendo due obiettivi principali:

– la libera circolazione delle merci;

– la sicurezza dei prodotti.

Quest’ultimo obiettivo passa, in base alle direttive di “nuovo approccio”, attraverso l’applicazione di norme che devono fornire un livello di protezione garantito rispetto ai requisiti essenziali fissati nelle stesse direttive; le autorità nazionali sono responsabili della sicurezza dei prodotti in questione, e ciò tramite la procedura per l’applicazione della clausola di salvaguardia che consenta di contestare la conformità di un prodotto o eventuali carenze o mancanze nelle norme armonizzate.

Si può dire, a distanza di 20 anni dall’applicazione della normativa ut supra, che mentre il primo obiettivo è stato portato a compimento, il secondo, al contrario, ha conosciuto esiti meno soddisfacenti: in effetti, l’Europa è stata invasa da una pletora di prodotti stranieri, molti dei quali pericolosi e difformi dalle direttive citate. Per farsi un’idea della descritta situazione, suggeriamo di collegarsi al sito del RAPEX.

Va preso atto, già da semplici cittadini, che vi sono molteplici prodotti non conformi che possono esser acquistati; inoltre, in base ad esperienze quotidiane di semplici RSPP o di datori di lavoro o, peggio, di esperti del settore, va considerato anche che vi sono fabbricanti di macchine che realizzano costruzioni in guisa assolutamente non conforme alla normativa di riferimento.

Ma come? Ma scherziamo? La marcatura CE è garanzia di sicurezza!

La brutta notizia è che non è così. Tralasciamo in questa sede macchine prive di marcatura CE (che ogni tanto vengono immesse in circolazione) in quanto palesemente fuori legge.

Il grafico che segue mostra l’iter CE di certificazione di una macchina:

3. L’inquadramento giuridico-penale della fattispecie: l’art. 517 c.p. e la sua rilevanza ex d.lgs. 231/01

La quaestio facti, così come descritta nelle considerazioni che precedono, appare perfettamente inquadrabile nello schema normativo dell’art. 517 c.p. (Vendita di prodotti industriali con segni mendaci).

Questa norma, di recente modificata per effetto della Legge 99/2009 (c.d. “collegato sviluppo”) 3, punisce la condotta di “chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera o del prodotto”.

Il tema risulta ancor più interessante alla luce della contemporanea introduzione – sempre ad opera della Legge 99/09 – dei reati contro l’economia pubblica, l’industria ed il commercio nel catalogo dei reati presupposto di cui al d.lgs. 231/2001, vale a dire la normativa che disciplina la responsabilità da reato degli enti collettivi 4. Proprio nell’ottica della prevenzione del rischio-reato all’interno dell’impresa, cui il presente lavoro risulta prettamente ispirato, vale la pena di sottolineare come le nuove fattispecie di reato – allocate all’art. 25-bis.1 D.lgs. 231/2001 – maturino “nell’esercizio dell’attività principale dell’impresa, con la conseguenza che la gestione del rischio legale sembra spostarsi dal <come> al <cosa>: non rileva più soltanto la modalità con cui l’impresa viene amministrata, ma la stessa attività imprenditoriale principale viene chiamata in causa, dovendosi gestire il rapporto diretto con il mercato (consumatori, imprese clienti, concorrenti) in un’ottica di corretta prevenzione” 5.

Tra i nuovi reati del catalogo, come s’è visto, troviamo anche la fattispecie delittuosa dell’art. 517 c.p. È su tale disposizione che dobbiamo concentrare l’attenzione al fine di comprendere le conseguenze penali a carico di quei produttori, i quali pongono in vendita o mettono altrimenti in circolazione prodotti industriali dichiarati sicuri – attraverso la dichiarazione CE di conformità ed esponendo la marcatura CE – contravvenendo alle prescrizioni, nazionali e comunitarie, del settore.

Oggetto giuridico tutelato dalla norma citata è, per opinione pressoché unanime della dottrina, l’ordine economico, il quale protegge non solo il consumatore finale ma anche l’interesse delle imprese concorrenti 6.

Alle considerazioni sul bene giuridico protetto, si ricollega il carattere sussidiario della fattispecie in esame – espresso dall’inciso “se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge” – rispetto ai delitti di contraffazione del marchio. Invero, mentre gli artt. 473 e 474 c.p. tutelano l’esclusività dell’uso dei marchi (e, peraltro, soltanto dei marchi registrati) 7, l’art. 517, come precisato, mira a salvaguardare una generale correttezza del mercato 8, a prescindere dalla circostanza che il marchio risulti registrato 9.

Occorre, inoltre, sottolineare che per la configurabilità del reato la falsa indicazione deve essere apposta sul prodotto o sulla confezione 10.

Circa il concetto di falso che viene in rilievo nell’ambito dell’art. 517, va detto che la condotta incriminata si concreta in una falsità ideologica 11: il mendacio deve riguardare le caratteristiche del prodotto risultanti dal complesso dei segni apposti sullo stesso 12 e deve essere idoneo a trarre in inganno l’acquirente medio, cioè colui che utilizza i normali criteri di diligenza nell’ambito delle contrattazioni commerciali (le quali, essendo spesso caratterizzate da una certa celerità, impediscono allo stesso acquirente di ponderare attentamente la veridicità delle caratteristiche del prodotto attestate). Inoltre, in dottrina si ritiene irrilevante la

circostanza che determinate categorie di acquirenti possano percepire, con una certa tempestività, il mendacio e rendere quindi il medesimo inefficace 13.

Sul versante dei soggetti attivi, la vendita di prodotti industriali con segni mendaci può essere realizzata da “chiunque”. Pertanto, non solo l’imprenditore commerciale, ma anche i suoi collaboratori 14, possono porre in essere la condotta incriminata; va aggiunto, inoltre, che soggetto attivo del reato può essere – oltre all’imprenditore-commerciante – anche l’imprenditore-produttore del bene, “allorché sia esso a confezionarlo in forma tale da renderlo ingannevole e confondibile con altri prodotti analoghi, e nel reato può concorrere il distributore o commerciante al dettaglio, sempreché sia consapevole della ingannevolezza del prodotto” 15.

Con riferimento, ora, alla condotta incriminata, la norma in esame prevede una duplice modalità di realizzazione dell’illecito, descritta dall’inciso “pone in vendita o mette altrimenti in circolazione” 16.

Risponderà ex art. 517 c.p., pertanto, sia chiunque offra a titolo oneroso un prodotto industriale con segni ingannatori sia chi quei prodotti metta comunque a contatto (eventualmente anche a titolo oneroso) con il pubblico dei consumatori 17.

Va ricordato, inoltre, che la condotta descritta nell’art. 517 non presuppone la contraffazione o alterazione del segno distintivo, ricadendosi altrimenti nella diversa incriminazione di cui agli artt. 473 e 474 c.p. Occorre dunque ribadire che punto cruciale, nell’ambito dell’art. 517, è “costituito dalla idoneità ingannatoria di quel segno (non necessariamente correlato ad un originale) in relazione all’indicazione inveritiera che esso fornisce al pubblico circa la provenienza, l’origine o la qualità del prodotto” 18.

Nel caso da cui trae origine la problematica in discussione, viene in considerazione il concetto di “qualità” del prodotto. Nisi fallor, la messa in vendita di macchinari industriali – muniti di marcatura CE e quindi dichiarati sicuri 19 – senza che il produttore abbia adempiuto alle prescrizioni, comunitarie e nazionali 20, di riferimento, integra la condotta penalmente rilevante di cui all’art. 517, avendo il produttore fornito una mendace indicazione circa la qualità del prodotto. In effetti, il lemma “qualità” evoca l’impiego, da parte dell’agente, di attestazioni (qual è appunto la citata marcatura CE) che descrivono falsamente componenti del prodotto o metodi di produzione 21 e che pertanto risultano idonee a trarre in inganno l’acquirente finale.

È appena il caso di sottolineare che la marcatura CE di qualità del prodotto rientra a pieno titolo nell’oggetto materiale della condotta incriminata dall’art. 517, disposizione, quest’ultima, riferita anche ai “marchi…nazionali o esteri”.

Sul versante, invece, dell’elemento soggettivo, il reato è punito a titolo di dolo generico. Occorrerà pertanto, “la consapevolezza dell’attitudine decettiva della veste di presentazione del prodotto” 22; è prospettabile l’applicazione dell’art. 47, co. 3, c.p. qualora l’agente erri sui presupposti normativi extra-penali per l’apposizione del marchio di qualità (per rimanere al caso di specie) sul prodotto commercializzato.

Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui il prodotto viene messo in vendita o altrimenti posto in circolazione.

Generalmente esclusa è, invece, la punibilità del tentativo, data la natura di reato di pericolo della fattispecie ex art. 517 c.p. 23.

Inoltre, la condanna comporta la pubblicazione della sentenza (art. 518 c.p.).

Rilevante, anche ai fini della fattispecie concreta presa in considerazione, è il concorso del delitto de quo con altre norme incriminatrici limitrofe. Anzitutto, come già in precedenza rilevato, il reato di cui all’art. 517 ha natura sussidiaria; di conseguenza, laddove l’agente ponga in essere una condotta di contraffazione o alterazione di segni distintivi, egli risponderà (solo) ai sensi dell’art. 473 c.p. (mentre la vendita o la messa in circolazione di prodotti contraffatti integra la successiva incriminazione dell’art. 474).

Labili, invece, appaiono i confini tra l’art. 517 e la speculare fattispecie di frode in commercio, di cui all’art. 515 c.p. Tale ultima norma reprime il comportamento di “chiunque, nell’esercizio di un’attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita”.

Orbene, in giurisprudenza domina la tesi del concorso del reato de quo con quello descritto nell’art. 517 24; la dottrina, al contrario, sembra più incline per il concorso apparente di norme, in quanto “l’art. 515 ricomprende in sé per intero il disvalore della condotta incriminata dall’art. 517” 25.

Una posizione più articolata 26 ritiene, invece, che vi possa essere concorso materiale tra gli artt. 515 e 517, dato che la prima fattispecie presuppone “la consegna di aliud pro alio, mentre l’art. 517 c.p. concerne la messa in vendita di prodotti con marchi o segni equivocamente mendaci”; tuttavia, si precisa, tale distinzione non potrà essere mantenuta quando la messa in vendita avvenga nelle forme del self-service: “in siffatto sistema di vendita al pubblico, infatti, il prodotto non solo è offerto al pubblico ma è anche messo a sua completa disposizione, e il <porre in vendita> il bene coincide con la sua possibile <consegna> all’acquirente, il quale, nel momento della materiale apprensione, ne valuta le diverse caratteristiche sulla base delle indicazioni (scritte e talvolta anche orali) del venditore o di chi per lui, dando così vita a quegli elementi contrattuali della <dichiarazione-pattuizione> che si concludono con il pagamento del relativo prezzo…”.

A parere di chi scrive, poi, la fattispecie dell’art. 517 ben può concorrere con il delitto di truffa, di cui all’art. 640 c.p. 27. Muovendo dal diverso bene giuridico tutelato da quest’ultima norma (id est: patrimonio), è plausibile affermare che il porre in vendita (o mettere altrimenti in circolazione) prodotti industriali con segni mendaci, integra il concetto di “artifici o raggiri” che è anche elemento costitutivo del delitto ex art. 640. Va ricordato, però, che quest’ultima fattispecie è strutturata come reato di evento (mentre l’art. 517 è reato di pericolo) e richiede pertanto che la vittima, caduta in errore, abbia compiuto l’atto di disposizione patrimoniale a suo danno (nella fattispecie qui al vaglio, si può ipotizzare un imprenditore che acquista un macchinario dichiarato sicuro – mediante apposita marcatura CE – contrariamente alle reali qualità del prodotto, compiendo in tal modo quel sacrificio economico rilevante ex art. 640 c.p.).

Va detto, altresì, che l’eventuale concorso tra la vendita di prodotti industriali con segni mendaci e la truffa rileverà soltanto per la persona fisica autrice della condotta incriminata, non anche ai fini della corresponsabilizzazione dell’ente; mentre infatti l’art. 517 compare nel novero dei reati presupposto ex d.lgs. 231/01, il delitto di truffa fa scattare la c.d. corporate liability soltanto quando commesso in danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche (cfr. art. 24 d.lgs. 231/01).

Nei confronti dell’ente, quindi, permane lo “spettro” dell’incriminazione ai sensi dell’art. 517 c.p. (si veda l’art. 25-bis.1 d.lgs. 231/01). Di conseguenza, la norma in esame dovrà essere tenuta in alta considerazione da quanti, produttori o commercianti di macchinari industriali, si trovino ad attestare – tramite l’apposita marcatura CE e relativa dichiarazione CE di conformità – la conformità del prodotto alle leggi nazionali di recepimento delle direttive europee, alle norme comunitarie e nazionali, del settore, senza tuttavia aver adempiuto alle relative prescrizioni.

4. I programmi di prevenzione ex D.Lgs. 231/2001 – Considerazioni conclusive

Nell’ottica della prevenzione del fenomeno criminoso e della possibile responsabilità delle imprese ai sensi delle previsioni discendenti dall’articolo 25-bis.1 (Delitti contro l’industria e il commercio) del D.Lgs. 231/2001, cosa è concretamente raccomandabile che le imprese realizzino in aggiunta a quanto già tipicamente esse svolgono nell’ambito dei propri processi di progettazione, produzione e vendita?

E’ verosimile che gran parte delle aziende abbiano, infatti, già in essere modalità e sistemi attraverso cui governano tali processi in grado anche di prevenire o concorrere alla prevenzione dell’accadimento dei rischi reato ex D.Lgs. 231/2001. E’, pertanto, ragionevole attendersi che, indipendentemente dall’esistenza o meno di un programma di conformità al D.Lgs. 231/2001, un’azienda abbia già regolato e sottoposto ad aggiornamento e verifica periodica (ad esempio nell’ambito del proprio sistema di gestione della qualità) i propri processi di progettazione, produzione e vendita (incluso quello di acquisto dei prodotti di terzi da essa commercializzati).

E’ raccomandabile partire dalla valutazione del sistema esistente, sia in termini di sua astratta capacità di prevenire anche le situazioni a rischio reato (oltre agli errori o altre tipologie di rischio in funzione delle quali esso è stato originariamente disegnato), sia in termini di effettivo rispetto ed efficacia operativa nel tempo (in questo senso, non sarebbe sufficiente né saggio, basare la propria difesa su procedure non applicate o peggio neanche conosciute dai relativi destinatari). Al termine di questa valutazione, si potranno identificare:

– le attività sensibili ai sensi del sopra citato articolo 25-bis.1 del D.Lgs. 231/2001, ossia quelle attività aziendali nel cui ambito possono occorrere le fattispecie di reato ivi previste con diretta responsabilità della società in caso di suo interesse o vantaggio;

– una serie di azioni di miglioramento del sistema già in essere (più o meno numerose a seconda della sua robustezza) che vedranno coinvolti prevalentemente gli stessi responsabili dei processi in esame, al fine di assicurare un adeguato ed efficace governo anche delle attività sensibili sopra identificate, in termini di prevenzione dei rischi-reato sottostanti e, ancor prima, di rispondenza rispetto alle disposizioni regolamentari vigenti in materia, tra cui quelle ex D.Lgs. 17/2010 (con il ricorso o meno alla preventiva conformità con le norme tecniche armonizzate).

Laddove il profilo di rischio dell’azienda sia giudicato di livello tale da richiedere e giustificare (anche in termini di costi/benefici derivanti) ulteriori misure di controllo e di prevenzione in genere, l’azienda potrà a questo punto decidere di impiantare ex novo o ampliare il proprio programma di conformità al D.Lgs. 231/2001. Se sì, nell’ambito di quest’ultimo potranno così essere, tra le altre cose:

– codificate specifiche attività di controllo (c.d. protocolli di controllo) di rilievo “231”, ricavandoli preferibilmente dal sistema già esistente e oggetto di miglioramento come da precedenti note;

– elaborati i flussi di comunicazione (ad esempio diffide ricevute da concorrenti, claim da clienti) a beneficio dell’organismo indipendente, deputato ai sensi del D.Lgs. 231/2001, tra le altre cose, a vigilare sull’osservanza ed efficacia operativa del programma di conformità al D.Lgs. 231/2001 adottato dall’azienda;

– programmate e svolte periodiche verifiche (audit), su mandato dell’organismo di cui sopra, al fine di valutare l’efficacia operativa delle attività di controllo di rilievo “231” e dei flussi informativi codificati, potendo così dimostrare oggettivamente a terzi (particolarmente in sede processuale) la propria diligenza organizzativa premiata dal D.Lgs. 231/2001;

– realizzate o integrate le attività di informazione e formazione nei confronti dei destinatari del sistema in essere, oggetto di rafforzamento e ampliamento nell’ambito del programma di conformità al D.Lgs. 231/2001 intrapreso, presupposto essenziale per assicurare la sua efficacia operativa.

In conclusione, come già anticipato nelle prime righe del presente documento, l’introduzione mediante l’articolo 25-bis.1 (Delitti contro l’industria e il commercio) del D.Lgs. 231/2001, nel novero dei reati presupposto della responsabilità delle aziende anche del reato di cui all’articolo 517 c.p. (Vendita di prodotti industriali con segni mendaci), non dovrebbe generalmente introdurre in azienda rilevanti e/o numerose contromisure ulteriori, oltre a quelle già adottate o che si dovrebbero adottare per dare seguito ai requisiti discendenti dal D.Lgs. 17/2010.

Sarà, tuttavia, sempre una facoltà (e non un obbligo nello spirito del D.Lgs. 231/2001), decidere se rafforzare tale sistema mediante l’impianto o l’allargamento (ove già esistente) del propri programma di conformità al D.Lgs. 231/2001. Per assicurare la migliore scelta e conseguente decisione è però raccomandabile svolgere con cura la valutazione preliminare basandola sui rischi a cui l’azienda è esposta nello svolgimento dei propri processi di progettazione, produzione/acquisto e vendita, poiché non tutti i profili di rischio richiederanno o giustificheranno tale investimento.

note:

1. Si riporta l’elenco delle violazioni in oggetto:

– art. 15 del d.lgs. 17/2010 (sanzioni di natura amministrativa per i prodotti “macchina”);

– art. 7 del d.lgs. 17/2010 (clausola di salvaguardia e di ritiro dal mercato a carico del fabbricante);

– art. 23 del d.lgs. 81/08 (arresto da tre a sei mesi o ammenda da 10.000 a 40.000 euro, applicabile anche al venditore del bene).

2. Si veda, in argomento, la Guida all’attuazione delle direttive fondate sul nuovo approccio e sull’approccio globale – 1999 – Guida blu.

3. La modifica della norma de qua ha interessato, per vero, soltanto la risposta sanzionatoria che, a seguito della novella, consiste nella reclusione fino a due anni (in luogo della precedente fino ad un anno) in alternativa alla multa fino a € 20.000. In argomento, ARENA, Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, in www.reatisocietari.it.

4. Nell’ambito dei nuovi reati-presupposto inseriti dal c.d. “collegato sviluppo” troviamo fattispecie eterogenee quali: i reati di contraffazione (artt. 473 e 474 c.p.) che tutelano il bene giuridico della fede pubblica, i delitti contro l’industria e il commercio (artt. 513, 513-bis, 514, 515, 516, 517, 517-ter, 517-quater), posti a tutela dell’ordine economico e, infine, i delitti in materia di diritto d’autore di cui alla legge 633/1941 (artt. 171, co. 1, lett. a-bis, 171-bis, 171-ter, 171- septies, 171-octies), che tutelano i diritti patrimoniali inerenti alle opere dell’ingegno. In argomento, per tutti, ROMOLOTTI, I nuovi reati “industriali” e la gestione del rischio legale, in Diritto e Pratica delle Società, n. 12- dicembre 2009, 54 ss.

5. ROMOLOTTI, I nuovi reati “industriali” e la gestione del rischio legale, cit. 55.

6. ARENA, Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, cit.; PICA, Art. 517. Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, in Guida-Palombi-Pica (a cura di), Diritto penale dell’economia e dell’impresa, Torino, 1996, 89. In tal senso anche FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, I, 3ª ed., Bologna, 651.

7. PICA, Art. 517. Vendita di prodotti industriali con segni mendaci, cit. 89; sulle differenze strutturali fra i delitti di cui agli artt. 473 e 517 c.p., si veda PEDRAZZI, Tutela penale del marchio e repressione della frode (sul rapporto fra l’art. 473 e l’art. 517 c.p.), in Diritto penale, IV, Scritti di diritto penale dell’economia, Milano, 2003, 369 ss.; in giurisprudenza, si veda di recente Cass. 9.6.2009, n. 23819, richiamata anche da ARENA, op cit..

8. PICA, op. cit., 89.

9. GUALTIERI, in DOLCINI-MARINUCCI (a cura di), Codice Penale Commentato, vol. I, 2ª ed., 2006, art. 517, p. 3622.

10. GUALTIERI, in DOLCINI-MARINUCCI (a cura di), Codice Penale Commentato, cit. p. 3622.

11. ARENA, op. cit.; PEDRAZZI, Tutela penale del marchio e repressione della frode (sul rapporto fra l’art. 473 e l’art. 517 c.p.), cit., 370.

12. GUALTIERI, op. cit., p. 3622.

13. ALESSANDRI, Tutela penale dei segni distintivi, in Digesto (discipline penalistiche), XIV, 432; in giurisprudenza, Cass. 26.11.1976, Benini, CED 135538, in Rivista Penale, 1977, 572.

14. Da notare che i collaboratori dell’imprenditore potranno rispondere ex art. 517 c.p. sia a titolo di concorso nel reato (sempreché ne sussistano i requisiti soggettivi) sia a titolo autonomo quando agiscano di propria esclusiva iniziativa; si veda, in proposito, Cass., 3.11.1989, in Rivista Penale, 1990, 928.

15. PICA, op. cit., 91.

16. Vanno segnalate le definizioni di cui alla Decisione europea 768/2008/CE relativa ad un quadro comune per la commercializzazione dei prodotti e che abroga la decisione 93/465/CEE:

– «messa a disposizione sul mercato»: la fornitura di un prodotto per la distribuzione, il consumo o l’uso sul mercato comunitario nel corso di un’attività commerciale, a titolo oneroso o gratuito;

– «immissione sul mercato»: la prima messa a disposizione di un prodotto sul mercato comunitario.

17. Per questi rilievi, ARENA, op. cit..

18. SANGIORGIO, Contraffazione di marchi e tutela penale della proprietà industriale e intellettuale, Padova, 2006, 167 ss.

19. Si ricordi che la marcatura CE, ex art. 4, co. 1, d.lgs. 17/2010, in aggiunta alla relativa dichiarazione CE, conferisce una presunzione di conformità.

20. Per quanto concerne i macchinari, la normativa di riferimento è costituita dal D.P.R. 459/96 che ha recepito la Direttiva Macchine 89/392/CE, oggi trasfusa nella Direttiva 98/37/CE.

21. SANGIORGIO, Contraffazione di marchi e tutela penale della proprietà industriale e intellettuale, cit., 171.

22. Così PICA, op. cit., 92.

23. Così FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, I, cit., 662; MARINUCCI, Frode in commercio, in Enc. dir., XVIII, Milano, 1969, 147; in giurisprudenza si veda Cass. 9 novembre 1934, in Giust. pen., 1935, II, 347.

24. Si veda, ad es., Cass. 2 febbraio 1973, in Giust. pen., 1973, II, 415; Cass. 9 ottobre 1969, in Cass. pen. Mass. ann., 1971, 311.

25. Così FIANDACA-MUSCO, Diritto penale. Parte speciale, I, cit., 662; MARINUCCI, Frode in commercio, in Enc. dir., XVIII, Milano, 1969, 147; in giurisprudenza si veda Cass. 9 novembre 1934, in Giust. pen., 1935, II, 347.

26. PICA, op. cit., 96.

27. In questo senso anche DI AMATO, La tutela penale dei segni distintivi, in Cass. pen., 1986, 838.

19 novembre 2010

Segnalo questa iniziativa del mio amico Ugo (http://www.studiofonzar.com), la news da qui.

Egregi tutti
è tutto pronto (ok ok devo far ancora le slides…)
per il 19 novembre 2010
c’è il seminario!

Questo anno parliamo di una cosa specialistica e di nicchia (ma spero che sia interessante per tanti RSPP e colleghi che magari voglion farsi una “cultura”),
infatti è arrivata la nuova Direttiva Macchine 2006/42/CE – D.Lgs. 17/2010 e mi pare ovvio parlarne in modo adeguato… ci sono altri argomenti, ma quelli li tengo per il prossimo anno…

Il taglio non è “che cosa prevede la nuova direttiva macchine rispetto a quella precedente”
oppure “cosa prevede la direttiva macchine”
ma si entra subito nel cuore della faccenda: come si fa la valutazione del rischio sulle macchine?
Mi riferisco a quella valutazoine del rischio “più sconosciuta”, quella che deve far il costruttore, in modo da costruire le macchine “intrinsecamente sicure” e “allo stato dell’arte”.
La cosa non è facile e l’affronteremo in più teste e presenteremo uno strumento che è un software curato da un esimio collega (che ha fatto il mestiere di valutatore dei rischi delle macchine).
Oltre alla parte teorica di base (modestamente condotta da me) ci sarà la dimostrazione pratica e degli esempi in modo da “far vedere come si fa” fatti dall’ing. Roberto Geromin di http://www.deltagamma.it/ (giusto per far capire che ci sono altri bravi in giro … mica solo studioFonzar ;) … così la prossima volta clonano altri e non usano il mio cognome :( ).

Qui trovate l’invito da scaricare, leggere, compilare e iscriversi.

Eventuali proventi ricavati dall’iniziativa saranno interamente devoluti alla Onlus del “Piccolo Principe” che conoscete già (la crisi Rumena e l’inflazione da ulteriori ragioni per spingere l’associazione): http://www.ilpiccoloprincipe-onlus.it/

Il “231″ e i prodotti (macchine) non conformi

Riporto un interessante articolo di Ugo (che saluto e ringrazio per la segnalazione e il documento elaborato).

Fonte: www.studiofonzar.com

Quello che allego è un lavoro a 6 mani (tre cervelli, tre cuori…) fatto negli scorsi mesi, dopo uno spunto che mi è arrivato durante un meeting una importante compagnia di produzione di beni di largo consumo.

Il tema da “231″ per chi produce macchine (o beni in genere soggetti a conformità legislative) è abbastanza nuovo: pochi lo hanno affrontato in modo sistematico e nessuno con il taglio dato nel documento che allego per la diffusione e la condivisione: “Le macchine non conformi, l’art. 517 del codice penale e la responsabilità amministrativa degli enti“.

Dicevo è un articolo fatto da tre professionisti diversi, e ha tre colori che descriverei così:
– l’approccio iniziale stringato e poco elegante dell’ingegnere/del tecnico (io) – rosso ruggine
– la parte legale centrale con un approfondimento di diritto molto interessante e innovativo (è per me l’enfant prodige del diritto dihttp://www.penaleeconomico.com/, già esperto nei temi legati ai reati aziendali: Stefano Lorenzo Antiga) – nero laccato
– il finale con una parte concreta e operativa di un aziendale molto esperto (il dott. Stefano Barlini, auditori e tante altre attività ad alti livelli) – blu velluto

Questi tre sapori (piccante/salato/dolce) messi assieme, danno al lettore (al manager o al datore di lavoro di azienda, oppure ai rispettivi colleghi delle tre aree di competenza sopra citate), tre punti di vista diversi ma coordinati tra di loro e fa capire meglio come tre anime possono affrontare assieme un tema importante come è quello della conformità del prodotto, fabbricato dal sistema di produzione e dall’organizzazione aziendale (fine ultimo dell’impresa stessa).

Ne vengono fuori 3 chiavi di lettura che spiegano la complessità e la necessità che su temi delicati si intervenga in modo interdisciplinare con una apertura mentale e di collaborazione spinta al bene dell’impresa stessa.

Il bello è che non si è pianificato a tavolino l’articolo, ma è stato frutto di scambi di idee anche al volo la sera al telefono o via mail. Fantastico!

Ci han dato autorevoli pareri anche altri illustri colleghi (tra cui cito il dott. G. Battisti di http://www.complianceaziendale.com/) a cui devo rivolgere un grazie di cuore anche per la pubblicazione di stasera che ha fatto sul suo autorevole sito.

E’ un articolo con “licenza aperta”: speriamo di aver contributi per migliorarlo nel tempo.

Il documento si scarica da qui

Sicurezza di macchine e attrezzature: Indicazioni operative da ISPESL e Regione Lombardia

Segnalo un articolo interessante per le macchine e attrezzature soggette a verifica.

Grazie Ugo.

http://www.studiofonzar.com/blog/?p=18562

Documentazione per le macchine

Ho trovato qualche sito interessante con vecchia documentazione riguardante le macchine in genere, circolari ispesl, etc.

http://www.cimedoc.uniba.it/utenti/sc_spec/lavoro/leggi/index-2.stm.htm

http://www.frascati.enea.it/spp/legislazione/prodotti_generale.htm

Indicazioni operative per la sicurezza di macchine e attrezzature

Fonte: http://www.puntosicuro.it/

Da Ispesl e Regione Lombardia, indicazioni operative/procedurali, aggiornate al D.Lgs. 106/09, relative alla sicurezza impiantistica di macchine e attrezzature impiegate nei luoghi di lavoro: impianti elettrici, apparecchi di sollevamento e a pressione.

Un’analisi degli eventi incidentali in Italia mostra che nella maggior parte dei casi alla base di tali eventi è presente una carenza impiantistica e/o operativa.
Per questo motivo assume particolare rilevanza il primo protocollo d’intesa firmato dall‘ISPESL e dalla Regione Lombardia dal titolo “Indicazioni operative e procedurali sull’applicazione del D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i. relativamente agli aspetti inerenti la sicurezza impiantistica delle macchine e delle attrezzature impiegate nei luoghi di lavoro”.

Il documento, un aggiornamento delle indicazioni operative e procedurali alla luce delle integrazioni e modifiche introdotte dal D. Lgs. 106/2009, è stato redatto da un gruppo di lavoro misto costituito sia da funzionari delle ASL che dei Dipartimenti ISPESL della Lombardia e riguarda tre tipologie di attrezzature e impianti che sono oggetto di controllo e/o verifica da parte dei due enti:
– impianti elettrici;
– apparecchi di sollevamento;
– apparecchi a pressione (PED).

Il documento indica alcuni importanti aspetti generali relativi alla sicurezza impiantistica:

– non sono previste nel Testo Unico “indicazioni sulle modalità e/o criteri per l’effettuazione delle verifiche periodiche, che sono demandate a successivi decreti ministeriali, come previsto dall’art. 71, comma 13, per le attrezzature di lavoro (sollevamento e pressione) e dal successivo art. 86, comma 2, per gli impianti elettrici”. Si “ritiene pertanto ragionevole per tutte le tipologie di attrezzature e/o impianti già sottoposti al regime delle verifiche periodiche prima dell’entrata in vigore del decreto procedere secondo le modalità tecnico – operative – amministrative già in uso; per le nuove attrezzature introdotte con il decreto correttivo nell’Allegato VII (ascensori e montacarichi da cantiere, carrelli semoventi, piattaforme di lavoro auto sollevanti, ecc.) si ritiene necessario rinviare l’attivazione del regime delle verifiche periodiche a dopo l’emanazione del decreto attuativo”;
– “in assenza del medesimo decreto attuativo, si ritiene di non poter dare attuazione a quanto previsto dall’art. 71, comma 12. Pertanto, sino a quando non sarà possibile avvalersi dei soggetti previsti da quest’ultimo, le ASL e l’ISPESL dovranno adottare i necessari provvedimenti atti a garantire la più ampia copertura del servizio, tenuto conto delle risorse disponibili e di priorità basate sulla analisi di rischio”;
– “per quanto riguarda l’applicazione dell’art. 21 del decreto ai lavoratori autonomi “si ritiene che tali obblighi riguardino tutti i lavoratori autonomi con la sola eccezione dei lavoratori autonomi che svolgono attività di natura intellettuale (per es. medici)”.

Per quanto attiene agli obblighi derivanti dal DPR 462/01, relativamente alle verifiche periodiche “si ritiene, salvo diverso pronunciamento ministeriale, che:
– “gli impianti elettrici non vadano annoverati fra le ‘attrezzature di lavoro’ (secondo la definizione di cui all’art. 69 del decreto) discendendone pertanto che i lavoratori autonomi e le altre categorie di lavoratori citati all’art. 21 non rientrano nel campo di applicazione del Capo III (Impianti ed apparecchiature elettriche) del Titolo III del decreto; per essi conseguentemente non si applicano le disposizioni dell’art. 86;
– in materia di verifiche periodiche, ai lavoratori autonomi di cui all’art. 21 non risultano altresì applicabili le disposizioni del DPR 462/01;
– per questi lavoratori restano comunque pienamente applicabili le disposizioni di cui al DM 22/01/2008 n. 37 in materia di installazione e esercizio degli impianti elettrici”.

Infine si ricorda che nel Testo Unico all’art. 80 dopo il comma 3 è previsto il comma 3-bis e “l’impianto sanzionatorio di tale articolo è previsto all’art. 87 del decreto che, al comma 3, lettera d) prevede una sanzione per la violazione dell’art. 80 commi 3 e 4”. Il documento ritiene che “tale precetto sanzionatorio debba essere interpretato come riferito in realtà al comma 3-bis”.

Riportiamo ora alcuni degli aspetti specifici inerenti gli apparecchi di sollevamento, rimandando al documento per una lettura più esauriente e per gli aspetti relativi agli impianti elettrici e agli apparecchi a pressione.

Intanto si ritiene che “la classificazione dell’apparecchio di sollevamento, riferita alla modalità di utilizzo, sia compito del datore di lavoro, eventualmente di concerto con l’RSPP e l’RLS, e con l’eventuale supporto da parte del tecnico verificatore”. Ricordando che il “settore di impiego, ai fini dell’individuazione della periodicità di verifica degli apparecchi di sollevamento di cui all’allegato VII, non coincide necessariamente con quello individuato dal codice ATECO dell’impresa, bensì dall’effettivo luogo di utilizzo della suddetta attrezzatura, indipendentemente dal tempo di presenza nello stesso”.

Il datore di lavoro deve poi “effettuare per ogni singolo apparecchio una valutazione del rischio in funzione delle condizioni di impiego (regolare leggero, regolare intermittente, irregolare intenso, intensivo, ecc.), del regime di carico (leggero, moderato, pesante, molto pesante, ecc.), della determinazione della classe dell’apparecchio nel suo insieme (A1, A2, A3, A4, A5, A6,…), della classificazione dei meccanismi, delle condizioni ambientali in cui opera (all’aperto, al chiuso, in presenza di polveri, temperatura, atmosfere aggressive, ecc…)”.
La valutazione, opportunamente documentata, “potrà determinare una diversa periodicità a cui far sottoporre l’apparecchio a verifica periodica, fatta salva l’accettazione da parte dell’organo di controllo”.
L’eventuale mancata classificazione dell’attrezzatura da parte del datore di lavoro “equivarrà, per il principio di cautela e salvaguardia della sicurezza, a considerare l’attrezzatura assoggettata alla periodicità più restrittiva” tra quelle indicate nel Testo Unico.

Ricordiamo che per le macchine “messe in servizio dopo il 15.05.2008, si applica la procedura dell’art. 71, comma 11, D. Lgs. 81/2008 come modificato dal D. Lgs. 106/2009”.
In particolare:
– “la richiesta di intervento presentata all’ISPESL dovrà essere formalmente completa di tutta la documentazione (comprensiva di allegati) necessaria all’effettuazione della verifica. In caso contrario l’ISPESL richiederà al datore di lavoro l’integrazione della documentazione presentata”;
– “nel caso in cui venga richiesta una integrazione relativa alla documentazione presentata l’ISPESL provvederà ad effettuare la prima verifica entro 60 gg dalla data di presentazione della documentazione integrativa;
– “l’ASL può intervenire su richiesta del datore di lavoro, trascorsi 60 giorni dalla richiesta all’ISPESL, solo previa verifica che l’ISPESL non abbia effettivamente avviato le procedure per l’effettuazione della prima verifica periodica” (ad esempio tramite acquisizione della copia della lettera di richiesta di verifica periodica e della ricevuta di ritorno).
Si ricorda che al momento dell’effettuazione della prima verifica periodica da parte dell’ASL “verrà attribuito alla attrezzatura un numero o codice identificativo”.

Posto l’obbligo di richiedere la verifica periodica in capo al datore di lavoro, “si ritiene che in determinate circostanze e per determinati apparecchi ( macchine a noleggio con contratti di brevissima durata o giornalieri) si possa ritenere comunque valida la richiesta di verifica prodotta dalla società di noleggio purché sottoscritta da entrambi i soggetti”.

Concludiamo ricordando che in appendice al documento sono presenti:
– alcune definizioni in merito agli apparecchi di sollevamento;
– un elenco dei controlli supplementari a cui assoggettare determinate tipologie di apparecchi di sollevamento sottoposte a regime di utilizzo di tipo gravoso.

ISPESL, Regione Lombardia – Maggio 2010 – Indicazioni operative e procedurali sull’applicazione del D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i. relativamente agli aspetti inerenti la sicurezza impiantistica delle macchine e delle attrezzature impiegate nei luoghi di lavoro.