Testo Unico

Testo Unico Sicurezza: disponibile il testo nell’edizione settembre 2010 del Ministero del Lavoro

Segnalato da Ugo che ringrazio.

http://www.studiofonzar.com/blog/?p=18540

Indicazioni per la sicurezza di impianti e apparecchiature elettriche

Fonte: http://www.puntosicuro.it/

PuntoSicuro ha presentato nel mese di luglio il primo protocollo d’intesa firmato dall‘ISPESL e dalla Regione Lombardia dal titolo “Indicazioni operative e procedurali sull’applicazione del D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i. relativamente agli aspetti inerenti la sicurezza impiantistica delle macchine e delle attrezzature impiegate nei luoghi di lavoro”.
Il documento, raccolto nella Banca dati di PuntoSicuro, è un aggiornamento delle indicazioni operative e procedurali – alla luce delle integrazioni e modifiche introdotte dal D. Lgs. 106/2009 – con riferimento a tre tipologie di attrezzature e impianti che sono oggetto di controllo e/o verifica da parte di ASL e ISPESL: impianti elettrici, apparecchi di sollevamento e apparecchi a pressione (PED).

Nell’articolo di presentazione del protocollo ci siamo soffermati su alcuni aspetti inerenti gli apparecchi di sollevamento, vediamo ora alcune delle indicazioni fornite in relazione agli impianti elettrici.

In particolare il protocollo fornisce indicazioni per l’applicazione degli articoli dall’80 all’87 del Capo III “Impianti e apparecchiature elettriche” del Titolo III “Uso delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale” del Decreto legislativo 81/2008:

– per le violazioni ai precetti contenuti negli articoli dall’80 all’84 (impianti elettrici e protezione contro i fulmini) si applicano le sanzioni previste all’art. 87. Mentre “per la violazione dell’art. 84 “Protezione dai fulmini” non è prevista una specifica sanzione nel caso in cui il datore di lavoro non provveda a proteggere gli edifici, gli impianti, le strutture e le attrezzature dagli effetti dei fulmini. La sanzione per la violazione di tale precetto coincide però con quella dell’art. 80, comma 3, nel quale è fatto obbligo al datore di lavoro e al dirigente di adottare le misure tecniche necessarie per eliminare i rischi di natura elettrica, tra i quali figurano quelli derivanti da fulminazione diretta ed indiretta”;
– l’articolo 85 riguarda le misure di protezione per gli edifici, gli impianti, le strutture e le attrezzature, “affinché l’impianto elettrico non sia causa di innesco di atmosfere potenzialmente esplosive per la presenza di gas, vapori, nebbie o polveri infiammabili, o in caso di fabbricazione, manipolazione o deposito di materiali esplosivi”. Il documento ricorda che questi aspetti sono esplicitati nel Titolo XI “Protezione da atmosfere esplosive” (artt. dal 287 al 297) e negli allegati in esso richiamati e che le sanzioni per le violazioni degli articoli del Titolo XI sono previste nell’art. 297;
– l’art. 86 “impone al datore di lavoro l’obbligo di far sottoporre gli impianti elettrici e gli impianti di protezione dai fulmini, oltre che alle verifiche periodiche previste dal D.P.R. 462/01, a controlli periodici”. A questo proposito il protocollo indica che “in attesa di diverse interpretazioni o indicazioni da parte delle istituzioni sovraordinate, si ritiene che le sanzioni amministrative pecuniarie di cui all’art. 87, comma 4, lettera d), debbano essere applicate anche “per non aver eseguito le verifiche periodiche degli impianti ai sensi del D.P.R. 462/01” e per “non aver presentato allo Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP), o in alternativa all’ISPESL e all’ASL territorialmente competenti, le dichiarazioni di conformità ai sensi degli artt. 2 e 5 del D.P.R. 462/01”.

Il documento sottolinea poi che, nel Testo Unico, non è il solo articolo 83 a occuparsi di “Lavori in prossimità di parti attive” di impianti elettrici.
Con riferimento ai “Cantieri temporanei e mobili”, di cui al Titolo VI, di questi lavori “si occupa anche l’art. 117 che, a differenza del corrispondente art. 11 del D.P.R. 164/56, abrogato, che fissava in 5 m la distanza di sicurezza dalle linee elettriche aeree, non indica una distanza prestabilita, ma solo le precauzioni da adottare per prevenire il pericolo, stabilendo altresì che la distanza di sicurezza deve essere tale che non possano avvenire contatti diretti o scariche pericolose per le persone tenendo conto del tipo di lavoro, delle attrezzature usate e delle tensioni presenti”.
Dunque è possibile “verosimilmente ritenere che tali distanze possano essere valutate di volta in volta, in relazione alle tensioni e alle condizioni al contorno, adottando come distanze minime di riferimento quelle indicate nella Tabella 1 dell’Allegato IX”. E il “mancato rispetto delle distanze di sicurezza nei cantieri temporanei e mobili, di cui all’art. 117, è punito dall’art. 159, comma 2, lettera a)”.

Riguardo poi alla realizzazione di impianti di illuminazione elettrica, ordinaria e di sicurezza, dei posti di lavoro e delle vie di esodo (cui si fa riferimento nell’art. 1.10 dell’Allegato IV del Testo Unico) non sono fornite precise indicazioni e “pertanto occorre riferirsi alle norme di buona tecnica (per esempio alla norma EN 12464-1:2002, alla norma UNI EN 1838 e alla norma EN 50172).
La mancata presenza o l’inidoneità degli impianti di illuminazione artificiale, ordinaria o di sicurezza, “può essere configurata come violazione dell’art. 64, comma 1, lettera a, per il quale il datore di lavoro è punito, ai sensi dell’art. 68, comma 1, lettera b)”.

Infine il documento indica che le gravi violazioni in materia di prevenzione del rischio elettrico, che “se reiterate possono comportare sospensione di un’attività imprenditoriale (art. 14), sono:
– i lavori in prossimità di linee elettriche in assenza di disposizioni organizzative e procedurali idonee a proteggere i lavoratori dai conseguenti rischi;
– la presenza di conduttori nudi in tensione in assenza di disposizioni organizzative e procedurali idonee a proteggere i lavoratori dai conseguenti rischi;
– la mancanza di protezione contro i contatti diretti ed indiretti (impianto di terra, interruttore magnetotermico, interruttore differenziale);
– la mancata elaborazione del documento di valutazione dei rischi (di natura elettrica);
– la mancata formazione ed addestramento (per i lavori elettrici)”.

ISPESL, Regione Lombardia – Maggio 2010 – Indicazioni operative e procedurali sull’applicazione del D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i. relativamente agli aspetti inerenti la sicurezza impiantistica delle macchine e delle attrezzature impiegate nei luoghi di lavoro.

LA VERIFICA DELLA SICUREZZA DELLE MACCHINE UTILIZZATE NEI LUOGHI DI LAVORO ED IL CONTROLLO DELLA LORO CONFORMITA’ AI REQUISITI ESSENZIALI DI SICUREZZA (RES) DOPO L’ENTRATA IN VIGORE DELLA NUOVA DIRETTIVA MACCHINE DI CUI AL D. LGS. N. 17/2010.

Fonte: http://www.studiofonzar.com/blog/?p=18272

Quali sono gli organi di vigilanza ai quali è stata affidata la verifica della sicurezza delle macchine utilizzate nei luoghi di lavoro ed il controllo della loro conformità ai requisiti essenziali di sicurezza (RES) dopo l’entrata in vigore della nuova direttiva macchine? E’ questo un quesito ricorrente dopo la pubblicazione del D. Lgs. 27/1/2010 n. 17, contenente l’Attuazione della direttiva 2006/42/CE, relativa alle macchine e che modifica la direttiva 95/16/CE relativa agli ascensori, meglio conosciuto come decreto di recepimento della nuova direttiva comunitaria sulla sicurezza delle macchine, pubblicato sul supplemento ordinario n. 376/L alla Gazzetta Ufficiale n. 41 del 19/2/2010 ed entrato in vigore il 6/3/2010. E’ un quesito interessante in quanto pone in evidenza quella che si ritiene essere una carenza di precisazione e di definizione riscontrabile nel nuovo decreto legislativo.
A seguito della lettura coordinata del D. Lgs. n. 17/2010 e del Titolo III del Testo Unico in materia di salute e di sicurezza sul lavoro di cui al D. Lgs. n. 81/2008, contenente le disposizioni sull’uso delle attrezzature di lavoro, si osserva che per le attrezzature di lavoro stesse le quali, benché siano state immesse sul mercato o messe in servizio conformemente alla legislazione nazionale di recepimento delle direttive comunitarie ad esse applicabili e benché siano utilizzate conformemente alle indicazioni fornite dal fabbricante, presentino delle situazioni di rischio riconducibili al mancato rispetto di uno o più requisiti essenziali di sicurezza (R.E.S.) previsti dalle disposizioni legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto, sono previste due vigilanze di natura diversa, una di tipo amministrativo a cui fa riferimento l’art. 6 del D. Lgs. n. 17/2010 e finalizzata alla sorveglianza di mercato ed una di natura penale regolamentata, trattandosi di attrezzature di lavoro, dall’art. 70 comma 4 del D. Lgs. 9/4/2008 n. 81, così come modificato con il correttivo D. Lgs. 3/8/2009 n. 106 ed affidata agli organi di vigilanza che esplicano funzioni ispettive in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Secondo i commi 1., 2. e 3. dell’art. 6 del citato D. Lgs. n. 17/2010, infatti:

“1. Riguardo alle macchine e alle quasi-macchine, già immesse sul mercato, le funzioni di autorità di sorveglianza per il controllo della conformità alle disposizioni del presente decreto legislativo, sono svolte dal Ministero dello sviluppo economico e dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali (ora Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali), che operano attraverso i propri organi ispettivi in coordinamento permanente fra loro al fine di evitare duplicazioni dei controlli.
2. Le amministrazioni di cui al comma 1 si avvalgono per gli accertamenti di carattere tecnico, in conformità alla legislazione vigente e senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato, dell’Istituto superiore di prevenzione e sicurezza del lavoro (ISPESL).
3. Qualora gli organi di vigilanza sui luoghi di lavoro e loro pertinenze, nell’espletamento delle loro funzioni ispettive in materia di salute e sicurezza sul lavoro, rilevino che una macchina marcata CE o una quasi-macchina, sia in tutto o in parte non rispondente a uno o più requisiti essenziali di sicurezza, ne informano immediatamente il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.”

Quindi la sorveglianza di mercato è effettuata a cura del Ministeri dello sviluppo economico e del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali che operano attraverso i loro organi ispettivi in coordinamento fra loro. Successivamente il Ministero dello sviluppo economico, una volta ricevuto l’input da parte degli organi periferici di vigilanza sui luoghi di lavoro, ordina, ai sensi del comma 5 dello stesso art. 6, il ritiro della macchina dal mercato, ne vieta l’immissione sul mercato ovvero la messa in servizio o ne limita la libera circolazione, comunicando il provvedimento adottato agli organismi di vigilanza segnalanti la presunta non conformità con comunicazione che dovrà inviare anche, nel caso in cui la segnalazione sia pervenuta da organi di vigilanza locali quali l’ASL o ARPA, ai competenti uffici regionali. Secondo il comma 4., 5. e 6. del D. Lgs. n. 17/2010, infatti:

“4. Qualora sia constatato che una macchina provvista della marcatura ‘CE’, accompagnata dalla dichiarazione CE di conformità e utilizzata conformemente alla sua destinazione o in condizioni ragionevolmente prevedibili rischia di compromettere la salute e la sicurezza delle persone e, all’occorrenza, degli animali domestici o dei beni, il Ministero dello sviluppo economico, con provvedimento motivato e notificato all’interessato, previa verifica dell’esistenza dei rischi segnalati, ordina il ritiro della macchina dal mercato, ne vieta l’immissione sul mercato ovvero la messa in servizio o ne limita la libera circolazione, indicando i mezzi di impugnativa avverso il provvedimento stesso ed il termine entro cui è possibile ricorrere; gli oneri relativi al ritiro dal mercato delle macchine o ad altra limitazione alla loro circolazione sono a carico del fabbricante o del suo mandatario.
5. Qualora sia constatato, nel corso degli accertamenti di cui al comma 3, che una quasi-macchina, accompagnata dalla dichiarazione di incorporazione, già immessa sul mercato, non sia conforme alle disposizioni di cui al presente decreto legislativo, il Ministero dello sviluppo economico ne vieta l’immissione sul mercato, con provvedimento motivato e notificato all’interessato, con l’indicazione dei mezzi di impugnativa avverso il provvedimento stesso e del termine entro cui è possibile ricorrere.
6. Qualora le misure di cui ai commi 4 e 5 sono motivate da una lacuna delle norme armonizzate, il Ministero dello sviluppo economico, ove intenda mantenerle anche all’esito delle consultazioni di cui all’articolo 7, comma 2, avvia la procedura di cui all’articolo 5.
7. Il Ministero dello sviluppo economico comunica i provvedimenti di cui al presente articolo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali ed agli organi segnalanti la presunta non conformità. Nel caso in cui la segnalazione pervenga da Organismi di vigilanza locali, quali ASL o ARPA, i provvedimenti sono comunicati anche ai competenti uffici regionali eventualmente tramite il coordinamento regionale di settore costituito nell’ambito di attività della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano”.
La Direzione generale del Ministero dello sviluppo economico può irrogare, altresì, a carico di coloro che non adempiano alle varie disposizioni stabilite dallo stesso D. Lgs. n. 17/2010, delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dall’art. 15 dello stesso D. Lgs.

Per quanto riguarda i provvedimenti e le procedure di natura penale da avviare per le attrezzature di lavoro invece le stesse sono fissate nell’art. 70 comma 4 del D. Lgs. 9/4/2008 n. 81, così come modificato con il correttivo D. Lgs. 3/8/2009 n. 106. Secondo tale articolo, infatti:

“4. Qualora gli organi di vigilanza, nell’espletamento delle loro funzioni ispettive in materia di salute e sicurezza sul lavoro, constatino che un’attrezzatura di lavoro, messa a disposizione dei lavoratori dopo essere stata immessa sul mercato o messa in servizio conformemente alla legislazione nazionale di recepimento delle direttive comunitarie ad essa applicabili ed utilizzata conformemente alle indicazioni del fabbricante, presenti una situazione di rischio riconducibile al mancato rispetto di uno o più requisiti essenziali di sicurezza previsti dalle disposizioni legislative e regolamentari di cui al comma 1, ne informano immediatamente l’autorità nazionale di sorveglianza del mercato competente per tipo di prodotto. In tale caso le procedure previste dagli articoli 20 e 21 del decreto legislativo 19 dicembre 1994, n. 758, vengono espletate:
a) dall’organo di vigilanza che ha accertato in sede di utilizzo la situazione di rischio, nei confronti del datore di lavoro utilizzatore dell’esemplare di attrezzatura, mediante apposita prescrizione a rimuovere tale situazione nel caso in cui sia stata accertata una contravvenzione, oppure mediante idonea disposizione in ordine alle modalità di uso in sicurezza dell’attrezzatura di lavoro ove non sia stata accertata una contravvenzione;
b) dall’organo di vigilanza territorialmente competente rispettivamente, nei confronti del fabbricante ovvero dei soggetti della catena della distribuzione, qualora, alla conclusione dell’accertamento tecnico effettuato dall’autorità nazionale per la sorveglianza del mercato, risulti la non conformità dell’attrezzatura ad uno o più requisiti essenziali di sicurezza previsti dalle disposizioni legislative e regolamentari di cui al comma 1 dell’articolo 70”.
Viene a proposito, quindi, la domanda fatta dal lettore finalizzata a conoscere quali siano gli organi di vigilanza in materia di sicurezza sul lavoro ai quali viene fatto riferimento nei due decreti legislativi e che sono quindi tenuti ad applicare le procedure previste sia dall’art. 6 del D. Lgs. n. 17/2010 che dall’art. 70 del D. Lgs. n 81/2008.
Una risposta che viene da dare immediatamente è che tali organi di vigilanza, essendo stati nell’art. 70 del D. Lgs. n. 81/2008 richiamati i provvedimenti di prescrizione e le procedure di estinzione delle contravvenzioni in materia di sicurezza e di igiene del lavoro di cui agli articoli 20 e 21 del D. Lgs. 19/12/1994 n. 758 contenente “Modificazioni alla disciplina sanzionatoria in materia di lavoro”, siano quelli che nello stesso D. Lgs. sono stati definiti tali con l’art. 19 e cioè “il personale di cui all’art. 21, terzo comma, della legge 23 dicembre 1978, n. 833, fatte salve le diverse competenze previste da altre norme”.
A tal punto si riapre e si ripropone quella problematica già sorta subito dopo l’entrata in vigore del D. Lgs. n. 758/1994 e legata alla necessità di chiarire quali fossero, ai fini della applicazione del decreto legislativo stesso, gli organi di vigilanza di cui all’art. 19 ed in particolare di stabilire se fra questi dovesse rientrare oltre al personale delle ASL anche quello dei servizi ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro e di stabilire quindi, di conseguenza, quali siano gli organi ispettivi che devono applicare le procedure indicate nell’art. 70 del D. Lgs. n. 81/2008 e più in particolare se le stesse procedure debbano essere applicate anche dagli ispettori del lavoro e ciò soprattutto in considerazione del fatto che già questi, in qualità di unità ispettive del Ministero del Lavoro, sono sono tenuti ad effettuare durante la loro attività la vigilanza amministrativa sulla applicazione del D. Lgs. n. 17/2010 e ad attivare le procedure relative alla salvaguardia del mercato. Una interpretazione secondo la quale i servizi ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro non sarebbero da considerarsi, ai fini della applicazione dell’art. 70, organi di vigilanza se operano al di fuori delle attività di competenza strettamente ad essi assegnate (cantieri temporanei o mobili, radiazioni ionizzanti, ferrovie, cassoni in aria compressa, ecc) non avrebbe senso perché si potrebbe verificare l’assurdo che un ispettore del lavoro, nell’ambito della sua vigilanza amministrativa finalizzata alla verifica della conformità di una macchina e della sua pericolosità, non potesse applicare dei provvedimenti di natura penale in materia di igiene e sicurezza sul lavoro e debba davanti ad un reato in tale campo interessare l’ASL o l’ARPA competenti per territorio affinché intervenissero ad impartire le prescrizioni e ad attivare le procedure ex D. Lgs. n. 758/1994 nei confronti subito dei datori di lavoro utilizzatori e successivamente, al termine dell’istruttoria di verifica di conformità da parte dei Ministeri, nei confronti del fabbricante ovvero dei soggetti della catena di distribuzione.
Lo scrivente sull’argomento ha già avuto modo dopo l’emanazione del D. Lgs. n. 758/1994, del D. Lgs. n. 626/1994 nonché del D.P.R. n. 459/1996, che ha recepito la prima direttiva macchine, di elaborare nel gennaio 1997 un approfondimento dal titolo “La vigilanza in tema di sicurezza sul lavoro. Funzioni e compiti dell’Ispettorato del lavoro”, pubblicato su alcune riviste specializzate in materia e consultabile nella rubrica degli “Approfondimenti” di questo stesso sito. In esso, partendo da riferimenti legislativi (art. 27 ultimo comma del D.P.R. 24/7/1977 n. 616), dal contenuto di varie sentenze della Corte di Cassazione anche a Sezioni riunite, dagli orientamenti assunti in merito dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale nelle sue circolari e dalle indicazioni fornite dalla Magistratura, si è pervenuti alla conclusione che agli ispettori del lavoro siano rimaste le funzioni di P. G. anche nelle materie di sicurezza sul lavoro trasferite con la Riforma Sanitaria di cui alla legge n. 833/1978 e che gli stessi hanno pertanto l’obbligo, ai sensi dell’art. 347 del c.p.p., di riferire all’Autorità Giudiziaria i reati in materia di sicurezza e di igiene del lavoro di cui fossero venuti a conoscenza durante la loro attività ispettiva ed hanno, altresì, il potere-dovere di prescrizione di cui all’art. 20 del D. Lgs. n. 758/1994 finalizzato a far eliminare le contravvenzioni accertate in materia di sicurezza e di igiene del lavoro, e ciò qualunque sia il tipo di attività lavorativa nell’ambito della quale svolgono l’ispezione e non limitatamente in quelle attività sulle quali hanno la stretta competenza di vigilanza.
Alla luce delle considerazioni esposte nell’approfondimento sopra citato si ritiene, in conclusione, che gli organi di vigilanza ai quali il D. Lgs. n. 17/2010 fa riferimento e quelli ai quali il D. Lgs. n. 81/2008 ha inteso affidare l’attivazione delle procedure penali descritte nell’art. 70, consistenti nell’adozione dei provvedimenti subito nei confronti dei datori di lavoro utilizzatori e, al termine delle procedure di verifica della non conformità e della pericolosità delle macchine da parte delle autorità nazionali, nei confronti dei costruttori o dei soggetti della catena di distribuzione delle macchine stesse, siano sia le ASL o ARPA che i servizi ispettivi delle Direzioni Provinciali del Lavoro competenti per territorio.
A questa stessa conclusione porta pure l’osservazione secondo la quale nel comma 7 dell’art. 6 del D. Lgs. n. 17/2010 il legislatore con la espressione “nel caso in cui la segnalazione pervenga da Organismi di vigilanza locali, quali ASL o ARPA” ha fatto intendere esplicitamente che possono essere altri e non locali gli organi di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Decreto 81: sulla modifica degli allegati 3A e 3B

Fonte: http://www.puntosicuro.it/

Osservazioni della SIMLII sulla proposta di modifica ai contenuti degli allegati 3A e 3B del decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81.

Il D.Lgs 106/09, all’art. 25, comma 1, prevede una ridefinizione “secondo criteri di semplicità e certezza” dei contenuti degli Allegati 3A e 3B dell’Art. 40 del D.Lgs 81/08 e delle modalità di trasmissione delle relative informazioni.

La SIMILI (Società Italiana di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale) ha presentato le sue osservazioni in merito:

– la lettera inviata dalla SIMLII al Ministero della Salute e al Ministero del Lavoro in data 27.07.2010 in merito all’allegato 3A (formato .doc, 40 kB) e all’allegato 3B (formato PDF, 10 kB) ex art 40, comma 2 bis, DLgs 81/08 con le relative proposte di modifica (vedi note);

– e il documento di pari oggetto inviato dalla SIMLII in data 23.06.2010 ai due Ministeri anzidetti, al Coordinamento delle Regioni, e alle parti Sociali.

Pubblichiamo le note della SIMILI in merito agli allegati 3A e 3B ex art 40 comma 2 bis d.lgs. 81/08.

“NOTE IN MERITO ALL’ALLEGATO 3A
Va rammentato che, trattandosi di contenuti minimi, vanno limitati al massimo e indicati i dati certi, non suscettibili di modifica nel tempo e indispensabili per raggiungere lo scopo che si prefigge il documento sanitario. Il nuovo allegato 3A dovrà comprendere tutti i modelli di cartella (cioè sia quello previsto dall’81/08, quello per i cancerogeni e anche il vecchio modello del TU 1124/65 per asbestosi e silicosi), con la sola esclusione del DOSP per le radiazioni ionizzanti, esplicitamente previsto da altra normativa (D.Lgs. 230/95).
A questo proposito, nel modello originario alcuni dati sono ridondanti o scarsamente utili:
• età del lavoratore = dato inutile, dal momento che deve essere indicata la data di nascita e che ovviamente si tratta di un parametro che varia nel tempo;
• dati relativi all’azienda = si tratta di dati già noti alla PA; nella cartella sanitaria e di rischio il Medico Competente dovrà limitarsi a indicare esclusivamente la ragione sociale e la sede dell’unità operativa cui afferisce il singolo lavoratore. Nella griglia dell’allegato 3B dovrà, invece, indicare anche la partita Iva o il Codice Fiscale, codice numerico/alfanumerico che individua univocamente l’azienda, nonché la sede dell’unità operativa seguita [tutte le altre informazioni che possono essere utili ai ministeri interessati o ai singoli Spresal possono essere
facilmente reperite attraverso altre banche dati, complete e disponibili per la consultazione];
• fattori di rischio = indicare i fattori di rischio con riferimento alla normativa vigente e analizzati nella fase di valutazione dei rischi, specificando nei casi previsti dalla legge i livelli di
esposizione individuale;
• anamnesi patologica = sarebbe opportuno indicare separatamente la “ tipologia di invalidità – lavorativa o civile – e le malattie professionali riconosciute” riferite dal lavoratore; programma di sorveglianza sanitaria (“protocollo sanitario e periodicità degli accertamenti”) = questo paragrafo, dal punto di vista logico e consequenziale, va posto prima, cioè subito dopo la indicazione della mansione;
• firma del lavoratore = va meglio specificato, come segue: “la firma del lavoratore attesta l’avvenuta informazione circa il significato e i risultati della sorveglianza sanitaria, la corretta espressione dei dati anamnestici, l’informazione circa la possibilità di ricorrere contro il giudizio di idoneità. Nel caso di cartella informatizzata potrà essere acquisita, per tali finalità, con dichiarazione in calce al giudizio di idoneità nella copia cartacea trattenuta dal Medico Competente.”
• Contenuti minimi della comunicazione scritta del giudizio di idoneità alla mansione a lavoratore e datore di lavoro: va indicata la MANSIONE SPECIFICA oltre al reparto e ai rischi; per quanto riguarda l’apposizione della firma da parte del lavoratore si rimanda alla nota precedente (appare inutile, d’altronde, far firmare al soggetto un certificato personale, allo stesso indirizzato e rimesso alla sua diretta custodia).

NOTE IN MERITO ALL’ALLEGATO 3 B
Si ribadisce che non si tratta di uno strumento da utilizzare per la vigilanza, ma esclusivamente a fini statistico–epidemiologici. Si sottolinea l’obbligo, per il datore di lavoro, di comunicare tempestivamente tutti i dati non di pertinenza del Medico Competente.
Nel modello originario alcuni dati sono ridondanti o scarsamente utili:
• dati identificativi dell’azienda = per identificare la ditta, da parte del Medico Competente, è sufficiente indicare solo ragione sociale e partita Iva (o Codice fiscale). I dati relativi alla sede della società (indirizzo, comune etc.) sono utili solo nel caso di unità operative o unità produttive distaccate. Tutte le altre informazioni sono già note alla PA e reperibili attraverso la consultazione di altre banche-dati (ad esempio INPS, INAIL, Camere di Commercio etc.);
• numero di lavoratori occupati = anche questo è un dato scarsamente utile da richiedere al Medico Competente, perché variabile nel tempo e, comunque, già noto alla PA (vedi nota precedente);
• dati identificativi del Medico Competente = è sufficiente indicare nominativo e codice fiscale, che identificano in modo univoco i professionisti; per le comunicazioni può essere sufficiente indicare un indirizzo di posta elettronica, meglio ancora se PEC (posta elettronica certificata);
• malattie professionali segnalate dal Medico Competente = dato di dubbia utilità, in quanto già in possesso sia della PA (= banca dati INAIL) che degli stessi SPreSAL territoriali, cui viene
inviata copia del primo certificato medico di MP o della denuncia ai sensi dell’art. 139 TU 1124/65;
• dati relativi alla sorveglianza sanitaria = specificare che trattasi di giudizi di idoneità alla mansione specifica;
• esposizione a rischi lavorativi dei lavoratori = si tratta di una tabella estremamente complessa, piuttosto difficile da compilare anche con l’ausilio di adeguato software nel caso di cartella informatizzata. Si ribadisce che il giudizio di idoneità alla mansione specifica non consente di valutare lo stato di salute né del singolo lavoratore né, tantomeno, della popolazione lavorativa di un’azienda o di uno specifico comparto. La stessa enumerazione dei rischi lavorativi appare discutibile, soprattutto in relazione all’attuale realtà produttiva del nostro paese, e alcune voci si prestano a differenti e variabili interpretazioni (ad es.: “esposizione” ad amianto, benzene, amine aromatiche, CVM …..). Per evitare equivoci sarebbe stato meglio indicare esclusivamente i rischi previsti nella normativa vigente (D.Lgs. 81/08, lavoro notturno, verifica di assenza di assunzione di sostanze stupefacenti e psicotrope e al.), eliminando le colonne relative al “numero dei lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria”. Per quanto detto si propone, quindi, l’abolizione della tabella in esame.”

La lettera inviata dalla SIMLII il 27.07.2010 (formato PDF, 38 kB)
L’allegato 3A (formato .doc, 40 kB)
L’allegato 3B (formato PDF, 10 kB)
Le note (formato PDF, 53 kB)
Il documento di pari oggetto inviato dalla SIMLII in data 23.06.2010 (formato PDF, 66 kB)

links: http://www.puntosicuro.it/italian/index.php?VM=articolo&IA=10122

I quesiti sul decreto 81: come verificare la sicurezza delle attrezzature?

Fonte: http://www.puntosicuro.it/

Come verificare la rispondenza alle norme di legge in materia di sicurezza delle attrezzature installate in vigenza del D.P.R. 547/55, del D. Lgs. 626/96 e del D. Lgs. 81/08. A cura di G. Porreca.

Come verificare la rispondenza alle norme di legge in materia di sicurezza delle attrezzature installate in vigenza del D.P.R. 547/55, del D. Lgs. 626/96 e del D. Lgs. 81/08.

A cura di Gerardo Porreca (www.porreca.it).

Quesito
Sono ASPP di un’azienda che dispone di numerosi apparecchi di sollevamento tipo gru a ponte, costruiti dal 1956 al 2009, forniti di paranchi con ganci din15401-15402. Alcuni di questi ganci sono forniti di dispositivo di chiusura all’imbocco altri no. Facendo riferimento all’art. 172 del D.P.R. 547/55 e all’all. 5 parte 2 punto 3 del D. Lgs. 81/08 la domanda è: esistono tipologie di ganci che non implicano implementazione di tale dispositivo? Se si quali? Quali sono i riferimenti legislativi che indicano specificatamente tali tipologie?

Risposta
Per la risposta al quesito, finalizzato evidentemente ad acquisire degli elementi utili al fine di determinare la regolarità e la rispondenza o meno alle disposizioni di legge vigenti degli apparecchi di sollevamento installati in una azienda sia in vigenza delle norme di legge nazionali che successivamente ai recepimenti delle direttive comunitarie in materia di sicurezza sul lavoro si fa presente quanto segue.

La caratteristica precipua delle disposizioni di legge nazionali in materia di salute e di sicurezza sul lavoro degli anni 1950 e che fanno capo essenzialmente al D.P.R. 27/4/1955 n. 547, contenente le norme generali di prevenzione degli infortuni sul lavoro, nonché ai decreti presidenziali successivi ad esso collegati, è stata quella di imporre direttamente ai datori di lavoro delle precise misure di sicurezza ritenute dal legislatore necessarie per prevenire gli infortuni e per evitare l’insorgere di eventuali malattie professionali. Agli apparecchi di sollevamento in particolare il D.P.R. n. 547/1955 aveva dedicato il Titolo V riguardanti i mezzi ed apparecchi di sollevamento, di trasporto e di immagazzinamento e più specificatamente in merito ai ganci, oggetto del quesito in esame, ed al rischio di sganciamento delle funi, catene, ecc. aveva disposto con l’art. 172 che:

“I ganci per apparecchi di sollevamento devono essere provvisti di dispositivi di chiusura dell’imbocco o essere conformati, per particolare profilo della superficie interna o limitazione dell’apertura di imbocco, in modo da impedire lo sganciamento delle funi, delle catene e degli altri organi di presa”.

Quindi il legislatore dell’epoca, per evitare il rischio di sganciamento, aveva individuate ed indicate esplicitamente alcune misure ritenute fra loro equivalenti e consistenti o nell’inserimento di un vero e proprio dispositivo di chiusura di sicurezza all’imbocco del gancio o nell’assicurarsi che la conformazione e l’imbocco del gancio stesso fossero di natura tale da impedire di per sé stesso tale rischio, lasciando comunque ai costruttori di tali apparecchiature la scelta. Questi hanno preso a riferimento, a proposito, le norme tecniche UNI vigenti in materia, che segnalavano dei profili UNI antisganciamento, profili riportati nella documentazione di progettazione e tecnica che accompagnava le apparecchiature medesime e di seguito registrati sui libretti delle apparecchiature medesime stilati dai tecnici dell’Ente che effettuavano le operazioni di collaudo (sul modello del libretto dell’apparecchiature contenuto nel D. M. 12/9/1959 nella parte relativa ai ganci è indicata una apposita voce nella quale deve essere indicato il dispositivo antisganciamento installato o il tipo di profilo del gancio che assolve alla stessa funzione).

Con l’avvento delle direttive comunitarie ed in particolare con l’emanazione del D. Lgs. 19/9/1994 n. 626 sul miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e con l’avvento, altresì, per quanto riguarda la sicurezza delle macchine, del D.P.R. 24/7/1996 n. 459, contenente il regolamento per l’attuazione della direttiva comunitaria in materia di sicurezza delle macchine, il legislatore ha fissato dei principi e dei requisiti generali di sicurezza (RES) ed ha introdotto l’istituto della valutazione dei rischi che per quanto riguarda le macchine è stata posta a carico del costruttore al quale è stato affidato anche l’onere di eliminare tali rischi o di ridurli comunque al minimo nonché di scegliere la misura più idonea per raggiungere tale obiettivo. Nello stesso momento, comunque, il legislatore ha chiamato in causa anche i datori di lavoro utenti ed ha posto a carico degli stessi degli obblighi per quanto riguarda la sicurezza dell’esercizio delle attrezzature stesse.

Da ultimo il D. Lgs. 9/4/2008 n. 81, che ha abrogato e recepito il D. Lgs. n. 626/1994 e s.m.i., per quanto riguarda sempre l’uso delle attrezzature di lavoro, fra le quali sono comprese le macchine, ha effettuata con l’art. 70, relativo ai requisiti di sicurezza delle stesse, una netta distinzione fra le attrezzature costruite in assenza di disposizioni legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie, che per le macchine sono state emanate con il citato D.P.R. n. 459/1996 entrato in vigore il 21/9/1996, nonché quelle messe a disposizione dei lavoratori antecedentemente all’emanazione di tali disposizioni legislative e regolamentari, macchine che nel prosieguo saranno per semplicità indicate più semplicemente come “macchine vecchie”, e quelle che invece non rientrano in tale campo e cioè quelle costruite in presenza di disposizioni legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie e messe a disposizione dei lavoratori successivamente all’emanazione delle stesse, macchine che nel prosieguo verranno indicate più semplicemente come “macchine nuove”, fissando per le prime (art. 70 comma 2) l’obbligo della conformità ai requisiti generali di sicurezza di cui all’allegato V del D. Lgs. n. 81/2008 denominato “Requisiti di sicurezza delle attrezzature di lavoro costruite in assenza di disposizioni legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto, o messe a disposizione dei lavoratori antecedentemente alla data della loro emanazione”, che ha sostanzialmente recepite le principali disposizioni contenute nell’abrogato D.P.R. n. 547/1955, e per le seconde e cioè per le macchine “nuove” (art. 70 comma 1 e art. 71 comma 1) l’obbligo di essere costruite e di essere utilizzate conformemente alle specifiche disposizioni legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto. Per queste ultime, inoltre, è stato imposto ai sensi dell’art. 71 comma 3 del D. Lgs. n. 81/2008 che:

“3. Il datore di lavoro, al fine di ridurre al minimo i rischi connessi all’uso delle attrezzature di lavoro e per impedire che dette attrezzature possano essere utilizzate per operazioni e secondo condizioni per le quali non sono adatte, adotta adeguate misure tecniche ed organizzative, tra le quali quelle dell’allegato VI”.
allegato che contiene le “Disposizioni concernenti l’uso delle attrezzature di lavoro”.

Restringendo ora il campo alla sicurezza delle operazioni di sollevamento ed al rischio specifico di sganciamento dei carichi durante tali operazioni si osserva che tale rischio e la limitazione dello stesso, che il D.P.R. n. 547/1955 aveva richiesta con la prescrizione di cui all’art. 172 sui ganci, sono presi attualmente in considerazione sia nell’allegato V che nell’allegato VI del D. Lgs. n. 81/2008. In particolare per le macchine “vecchie” nell’allegato V parte II con il punto 3.1.4, fra le prescrizioni generali applicabili alle attrezzature di lavoro adibite al sollevamento, al trasporto o all’immagazzinamento dei carichi, è stato disposto che:

“3.1.4 Le attrezzature di lavoro adibite al sollevamento di carichi installate stabilmente devono essere disposte in modo tale da ridurre il rischio che i carichi:
a) urtino le persone.
b) in modo involontario derivino pericolosamente o precipitino in caduta libera, ovvero
c) siano sganciati involontariamente”
mentre per le macchine “nuove” nell’allegato VI, fra le disposizioni di carattere generale contenute nel punto 3 e concernenti l’uso delle attrezzature di lavoro che servono a sollevare carichi, è stato disposto con il punto 3.1.6 che:
“3.1.6 Gli accessori di sollevamento devono essere scelti in funzione dei carichi da movimentare, dei punti di presa, dei dispositivi di aggancio, delle condizioni atmosferiche nonché tenendo conto del modo e della configurazione dell’imbracatura”,
e l’onere della scelta è rimasto oggi sostanzialmente a carico dei costruttori che possono eventualmente ancora fare riferimento ai profili UNI antisganciamento.

A quanto sopra detto c’è da aggiungere poi che il legislatore con il D.P.R. n. 459/1996, nell’introdurre in Italia le disposizioni sull’obbligo di conformità delle macchine alla specifica direttiva comunitaria, ha fissato delle disposizioni transitorie per tenere conto della massiccia presenza sul territorio nazionale di macchine “vecchie” e lo ha fatto con l’art. 11 comma 1 dello stesso D.P.R. secondo il quale:

“1. Fatto salvo l’art. 1, comma 3, in caso di modifiche costruttive, chiunque venda, noleggi o conceda in uso o in locazione finanziaria macchine o componenti di sicurezza già immessi sul mercato o già in servizio alla data di entrata in vigore del presente regolamento e privi di marcatura CE, deve attestare, sotto la propria responsabilità, che gli stessi sono conformi, al momento della consegna a chi acquisti, riceva in uso, noleggio o locazione finanziaria, alla legislazione previgente alla data di entrata in vigore del presente regolamento (21/9/1996)”
ricordando che il citato art. 1 comma 3 del D.P.R. n. 459/1996 è quello che ha fornito la definizione di immissione in mercato e con il quale è stato precisato che:

“si considerano altresì immessi sul mercato la macchina o il componente di sicurezza messi a disposizione dopo aver subito modifiche costruttive non rientranti nella ordinaria o straordinaria manutenzione”.

L’attestazione di conformità ed il riferimento alla legislazione previgente sopra indicate, sono state introdotte in realtà dal legislatore per quelle macchine “vecchie” da reimmettere in mercato ma il criterio esposto si ritiene applicabile ragionevolmente anche nell’ambito della valutazione dei rischi e della redazione del relativo documento di valutazione di cui al D. Lgs. n. 81/2008 per quanto riguarda le macchine “vecchie” che siano risultate essere già in servizio al momento dell’entrata n vigore del D.P.R. n. 459/1996.

Come è noto anche il D.P.R. n. 459/1996 ora è stato abrogato con l’art. 18 del D. Lgs. 27/1/2010 n. 17, che ha recepita in Italia la nuova direttiva macchine, il quale ha fatta salva però ed ha confermata la validità della norma transitoria di cui all’art. 11 commi 1 e 3 del D.P.R. n. 459/1996 per quanto riguarda le macchine già immesse in mercato e già in servizio alla data dell’entrata in vigore dello stesso D.P.R..

Ciò detto e premesso ed in risposta al quesito formulato con il quale è stata segnalata la presenza in una azienda di apparecchi di sollevamento installati dal 1956 al 2009, e quindi di macchine sia “vecchie” che “nuove” così come sopra definite, si è del parere che il criterio che potrebbe essere messo in atto per verificare la conformità delle stesse alle disposizioni di legge vigenti in materia sia quello per prima cosa di catalogare le macchine in base all’anno di costruzione ed alla data della loro messa in esercizio, con riferimento al giorno di entrata in vigore del D.P.R. n. 459/1996 (21/9/1996), e quindi di esaminare i libretti e la documentazione tecnica che accompagna gli apparecchi di sollevamento stessi. Quindi se l’attrezzatura è “nuova”, così come sopra definita, ed è provvista della marcatura “CE” e della relativa dichiarazione “CE” di conformità la stessa si può, ai fini della valutazione dei rischi, considerare rispondente alle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia, secondo un criterio di presunzione di conformità che è stato del resto anche confermato recentemente dall’art. 4 del D. Lgs. n. 17/2010 contenente la nuova Direttiva macchine. Per le macchine “vecchie”, invece, che sono ovviamente sprovviste della certificazione “CE”, perché questa è stata prevista per le macchine costruite successivamente, le stesse potranno ritenersi regolari e conformi alle disposizioni di legge vigenti, e ciò vale ovviamente anche per i singoli componenti quali i ganci oggetto del quesito, se a seguito di una verifica risultino rispondenti alle indicazioni riportate sia nella documentazione di progetto e di costruzione che nel libretto rilasciato dall’Ente che ha provveduto al collaudo delle stesse.

Nuova direttiva Macchine: conformita’, manutenzione e Testo Unico

Fonte: www.puntosicuro.it

Disponibili gli atti di un convegno dedicato alle integrazioni tra le disposizioni legislative del Testo Unico e la nuova direttiva Macchine. Manutenzione degli equipaggiamenti elettrici e valutazione della sicurezza dei sistemi di comando elettrici.

Il 29 dicembre 2009 entrerà in vigore in tutta Europa la nuova direttiva macchine 2006/42/CE, in sostituzione della direttiva 98/37/CE, e in questi ultimi mesi si stanno svolgendo numerosi convegni e seminari per dare informazioni sulla nuova direttiva e evidenziarne le integrazioni con le disposizioni legislative del Decreto legislativo 81/2008.
Informazioni che sono necessarie perché la riduzione del numero di infortuni, provocati dall’utilizzo di macchine nei luoghi di lavoro, passa proprio attraverso un costante aggiornamento sull’evoluzione normativa italiana ed europea riguardo alla progettazione, costruzione, installazione e manutenzione delle macchine.
Il nuovo convegno che presentiamo, e di cui sono stati recentemente pubblicati gli atti, si intitola “La sicurezza nelle macchine tra nuova Direttiva Macchine e Testo Unico” e si è svolto a Bari il 23 ottobre 2009 con l’organizzazione dell’Ispesl (Dipartimento Tecnologie di Sicurezza) che, ricordiamo, ha partecipato ai lavori di stesura sia della nuova direttiva macchine che del Testo Unico.

Nella prima parte del convegno sono state evidenziate le future integrazioni tra le disposizioni legislative della nuova Direttiva Macchine 2006/42/CE, di prossimo recepimento in Italia, e del Decreto legislativo 81/2008, Testo Unico recentemente modificato dal D.Lgs. 106/2009.
Nella seconda parte è stato invece affrontato il tema della conformità e della manutenzione degli equipaggiamenti elettrici delle macchine, in ragione delle significative novità in materia introdotte dal D.Lgs 81/2008 e da quelle future previste dalla Direttiva 2006/42/CE.

In particolare durante il convegno è stato presentato il “Software per la valutazione delle caratteristiche di sicurezza dei sistemi di comando elettrici”, specifico per le attrezzature di lavoro costruite in assenza di disposizioni legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto.
Ricordiamo che, come indicato nella presentazione del convegno, il software “ha come obiettivo principale la cultura della sicurezza, orientando quanti orbitano nel campo dell’adeguamento degli equipaggiamenti elettrici e dei circuiti di comando delle attrezzature di lavoro (datori di lavoro, organismi di vigilanza territoriale, progettisti), a migliorare le condizioni di sicurezza delle attrezzature stesse”.

Gli atti del convegno:

– “La sicurezza nelle macchine tra nuova Direttiva Macchine e Testo Unico”, Vittorio Mazzocchi – ISPESL DTS (formato PDF, 126 kB);

– “La Nuova Direttiva Macchine 2006/42/CE”, Emilio Borzelli – ISPESL DTS (formato PDF, 94 kB);

– “La conformità delle attrezzature di lavoro alla luce delle nuove disposizioni legislative”, Luigi Monica – ISPESL DTS (formato PDF, 1.78 MB);

– “I Controlli e le verifiche degli apparecchi di sollevamento secondo il Testo Unico”, Amalia Nuzzo – ISPESL Dip. di Bari (formato PDF, 334 kB);

– “Le macchine per operazioni di sollevamento materiali e persone tra Nuova Direttiva Macchine e Testo Unico”, Laura Tomassini – ISPESL DTS (formato PDF, 936 kB);

– “Direttiva macchine e Testo Unico sulla sicurezza: ruolo dell’ARPA Puglia in materia di verifiche periodiche di apparecchi e impianti”, Paolo Bovio – Direttore Servizio Territoriale DAP Bari – Arpa Puglia (formato PDF, 6.46 MB);

– “Aspetti metodologici innovativi nella valutazione dei rischi nell’ambito della nuova Direttiva Macchine”, F. Boenzi, S. Digiesi, G. Mossa, G. Mummolo – Politecnico di Bari (formato PDF, 566 kB);

– “La manutenzione elettrica delle macchine e la qualificazione degli addetti”, Francesco Paolo Nigri – ISPESL Dip. di Bari (formato PDF, 903 kB).

links: http://www.puntosicuro.it/italian/index.php?VM=articolo&IA=9427